Caro navigatore che hai avuto l'incredibile fortuna di far naufragio sul mio blog, sei il benvenuto. Questo blog e’ qui per raccontarti un po’ di me attraverso la passione che ho per il cinema ed in particolare per quello amatoriale di viaggio. Non che mi aspetti che la cosa sia di alcun interesse per chiunque non mi conosca gia’. Condividere la nostra esperienza, significa offrire ad altri la possibilità di conoscerci così come noi ci percepiamo riscoprendo il nostro valore. Ci permette inoltre di trovare cose comuni e punti di contatto sentendosi così vicini e sviluppando sentimenti di unione. Il filmmaker è colui che realizza un corto, un documentario, uno spot pubblicitario, oppure realizza un prodotto audiovisivo curando tutte le fasi della realizzazione, dalla progettazione alla sceneggiatura, alle riprese, al montaggio. Una delle più importanti scoperte che feci ancora all'epoca in cui frequentavo le superiori è che il film è il più potente mezzo di comunicazione personale esistente sul pianeta. Nella propria tavolozza creativa, il film dà spazio a tutte le arti come fossero colori ben distinti: fotografia, musica, grafica, scrittura, belle arti, illustrazione, studi visivi e critici ecc. Il modo in cui un filmmaker miscela questi colori gli consente di imprimervi la propria firma, unica come la sua impronta.


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Busto Arsizio, Varese, Italy
Bolognese d'origine, trapiantato in Lombardia . Tra me ed i miei interessi c'è una correlazione talmente stretta che non saprei dire dove finiscano gli uni e cominci io o viceversa. Tra questi interessi prediligo la settima arte, mi piace un sacco imprimere in una ripresa un’azione, un momento di vita, quello che il mondo ci offre di bello e di brutto; diceva François Truffaut « Fare un film significa migliorare la vita, sistemarla a modo proprio, significa prolungare i giochi dell'infanzia »

domenica 19 maggio 2013

Arizona on the road - Betatakin

video

 Betatakin: Navajo National Monument, Arizona.

Betatakin, parola Navajo che significa “Casa Sulla Roccia Sporgente”, fu scoperta dall'uomo bianco solo nel 1909, cinque mesi dopo fu costituito il Navajo National Monument.
Il complesso è piuttosto mimetizzato, incastonato in un’enorme nicchia di pietra arenaria, la stessa con la quale si costruirono le abitazioni.
La cavità misura 110 metri in larghezza, 136 metri in altezza e 46 in profondità. Alla sua base s’incontrano le formazioni di pietra arenaria Navajo e Kayenta. Nel punto di contatto si possono osservate molte sorgenti, poiché l’acqua che impregna la porosa pietra arenaria Navajo, quando raggiunge la più compatta Kayenta affiora lateralmente.Questo fenomeno permise agli antichi abitanti di Betatakin d’avere un eccellente e comoda fornitura d’acqua.
Anasazi, parola Navajo che significa “gli Antichi”, è il nome dato ai costruttori di Betatakin. Nessuno sa come essi si chiamassero, poiché non avevano una lingua scritta, ma il loro nome poteva forse significare “Il Popolo”, come usano molte altre tribù. Oggi i discendenti Anasazi sono conosciuti come Indiani Pueblo.
Betatakin fu costruita nel 13° secolo ed occupata per soli 33 anni. L’attività principale dei suoi abitanti era l’agricoltura: coltivavano mais, fagioli, zucche e forse cotone, usando vari metodi d’irrigazione come le dighe di sbarramento e l’inondazione periodica. Per integrare la loro alimentazione a base di prodotti agricoli, gli Anasazi cacciavano e raccoglievano frutti selvatici spontanei della terra, come i loro antenati avevano fatto nel passato. Cacciavano cervi, pecore di montagna e selvaggina più piccola come lepri, scoiattoli ed uccelli.Arco e frecce erano usati insieme a vari tipi di reti e trappole.
La raccolta dei semi era ben nota a questo popolo, poiché i loro avi l’avevano praticata per migliaia d’anni.
Raccoglievano semi. Una grande varietà di frutti e bacche era raccolta a scopo medicinale e cerimoniale, oltre che per il consumo alimentare.
Intorno al 13° secolo gli Anasazi avevano sviluppato un grande talento nella produzione di vasellame,
passando dagli esemplari del passato grigi e privi di decorazioni, ai meravigliosi disegni in nero su bianco, nero su rosso e policromi. Gli Anasazi avevano intrecciato canestri per migliaia d’anni prima di produrre vasellame. Si ha spesso l’impressione che l’arte dei canestri abbia subito un declino a seguito della popolarità acquisita dal vasellame di terracotta; tuttavia, almeno per tutto il 13° secolo, essi continuarono a produrre grandi quantità di finissimi cesti dagli intrecci e dalle forme più complesse.
La vita religiosa ruotava intorno al raggiungimento dell’equilibrio tra uomo e natura. Poiché la loro vita agricola era strettamente legata alla terra ed all’acqua, gran parte delle pratiche religiose aveva lo scopo d’assicurare l’acqua e – conseguentemente – cibo a sufficienza. Gli edifici cerimoniali, oggi conosciuti come kiva, erano costruiti con scopi religiosi. Due kiva sono rimasti a Betatakin, ma è probabile che ce ne fossero altri, poiché molte stanze sono state distrutte da una frana avvenuta in periodo imprecisato, tra 14° e 20° secolo. I petroglifici e le pittografie incise o dipinte sulle
pareti rocciose, sono le uniche forme che s’avvicinino ad una lingua scritta Anasazi. Potevano a volte essere poco più che semplici graffiti, ma sembra che frequentemente ritraessero esseri sovrannaturali o raccontassero storie. A causa dell’assenza di una lingua scritta non si sa molto degli Antichi Abitatori delle Rupi. Molte leggende sono state tramandate attraverso i secoli. Molte leggende sono state tramandate attraverso i secoli. I miti e le storie odierne di Hopi, Zuni ed altri Pueblo sono forse molto simili a quelle raccontate secoli fa dai loro antenati che abitavano queste rupi.
Ciò che oggi sappiamo è stato dedotto da reperti materiali portati alla luce da archeologi: manufatti, indumenti, cibi, sepolture ed abitazioni. Osservando questi reperti ci si rende conto che gli Anasazi erano un popolo pacifico d’agricoltori, il cui stile di vita dipendeva dai capricci della natura. Ciò che conosciamo e che probabilmente non conosceremo mai, sono gli aspetti intellettuali e spirituali
di questa gente.

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