L’antica abbazia di San Liberatore è figlia della “Sacra Madre”: la Majella; essa è situata nel territorio di Serramonacesca, più precisamente alle pendici del Monte Piano di Taricca nei pressi del magico fiume Alento immerso in una natura incontaminata. L’Alento nasce proprio a Serramonacesca ed attraversa il cuore del Parco Nazionale della Majella, non ha una grande portata eppure con il suo scorrere veloce e con i suoi percorsi particolarmente tortuosi crea quasi una musica melodica e soave per chi l’ascolta proiettandolo in una dimensione onirica. La chiesa è circondata da boschi quieti da cui dal lato destro della basilica su un’alta rupe è possibile vedere i ruderi di Castel Menardo. La struttura fu costruita intorno al 1080 sui resti di una precedente chiesa che non era stata risparmiata dal terremoto del 990. Essa raggiunse il massimo splendore intorno al 1200 circa e come tutte le strutture ecclesiastiche ebbe dei periodi più o meno fortunati, ma di sicuro il periodo più sfortunato fu quello vissuto nell’anno 1806, dove il nuovo decreto di Napoleone, che prevedeva la soppressione degli ordini monastici, sancì la sua decadenza: fu spogliata di ogni bene, di qualsiasi opera d’arte, arredo o libro sacro diventando la sede del cimitero del paese fino alla fine degli anni ’60. Sono molti i restauri che l’hanno vista protagonista nel corso degli ultimi tempi e che finalmente l’hanno riportata al suo insigne splendore.
"Quando un cineamatore riprende scene di un viaggio, di un party, o di altre speciali occasioni, e specie quando sta riprendendo i propri figli, sta innanzitutto cercando di far presa sul tempo, e, in ultima analisi, sta tentando di sconfiggere la morte. L'atto del fare cinema può quindi essere considerato nel suo complesso come una esteriorizzazione del processo della memoria." S. Brakhage, In difesa del cine-amatore, 1967
Caro navigatore che hai avuto l'incredibile fortuna di far naufragio sul mio blog, sei il benvenuto. Questo blog e’ qui per raccontarti un po’ di me attraverso la passione che ho per il cinema ed in particolare per quello amatoriale di viaggio. Non che mi aspetti che la cosa sia di alcun interesse per chiunque non mi conosca gia’. Condividere la nostra esperienza, significa offrire ad altri la possibilità di conoscerci così come noi ci percepiamo riscoprendo il nostro valore. Ci permette inoltre di trovare cose comuni e punti di contatto sentendosi così vicini e sviluppando sentimenti di unione. Il filmmaker è colui che realizza un corto, un documentario, uno spot pubblicitario, oppure realizza un prodotto audiovisivo curando tutte le fasi della realizzazione, dalla progettazione alla sceneggiatura, alle riprese, al montaggio. Una delle più importanti scoperte che feci ancora all'epoca in cui frequentavo le superiori è che il film è il più potente mezzo di comunicazione personale esistente sul pianeta. Nella propria tavolozza creativa, il film dà spazio a tutte le arti come fossero colori ben distinti: fotografia, musica, grafica, scrittura, belle arti, illustrazione, studi visivi e critici ecc. Il modo in cui un filmmaker miscela questi colori gli consente di imprimervi la propria firma, unica come la sua impronta.
Informazioni personali
- Filmmaker Italo
- Busto Arsizio, Varese, Italy
- Bolognese d'origine, trapiantato in Lombardia . Tra me ed i miei interessi c'è una correlazione talmente stretta che non saprei dire dove finiscano gli uni e cominci io o viceversa. Tra questi interessi prediligo la settima arte, mi piace un sacco imprimere in una ripresa un’azione, un momento di vita, quello che il mondo ci offre di bello e di brutto; diceva François Truffaut « Fare un film significa migliorare la vita, sistemarla a modo proprio, significa prolungare i giochi dell'infanzia »
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lunedì 19 giugno 2017
Itinerari della Majella - Abbazia di San Liberatore
L’antica abbazia di San Liberatore è figlia della “Sacra Madre”: la Majella; essa è situata nel territorio di Serramonacesca, più precisamente alle pendici del Monte Piano di Taricca nei pressi del magico fiume Alento immerso in una natura incontaminata. L’Alento nasce proprio a Serramonacesca ed attraversa il cuore del Parco Nazionale della Majella, non ha una grande portata eppure con il suo scorrere veloce e con i suoi percorsi particolarmente tortuosi crea quasi una musica melodica e soave per chi l’ascolta proiettandolo in una dimensione onirica. La chiesa è circondata da boschi quieti da cui dal lato destro della basilica su un’alta rupe è possibile vedere i ruderi di Castel Menardo. La struttura fu costruita intorno al 1080 sui resti di una precedente chiesa che non era stata risparmiata dal terremoto del 990. Essa raggiunse il massimo splendore intorno al 1200 circa e come tutte le strutture ecclesiastiche ebbe dei periodi più o meno fortunati, ma di sicuro il periodo più sfortunato fu quello vissuto nell’anno 1806, dove il nuovo decreto di Napoleone, che prevedeva la soppressione degli ordini monastici, sancì la sua decadenza: fu spogliata di ogni bene, di qualsiasi opera d’arte, arredo o libro sacro diventando la sede del cimitero del paese fino alla fine degli anni ’60. Sono molti i restauri che l’hanno vista protagonista nel corso degli ultimi tempi e che finalmente l’hanno riportata al suo insigne splendore.
mercoledì 17 maggio 2017
Mirabilia d'Abruzzo-L'Eremo di Santo Spirito
Il Parco Nazionale della Majella non è soltanto luogo magico di escursioni, lunghe camminate nella natura o arrampicate sulla roccia viva. Il parco è infatti fortemente legato alla storia millenaria del suo territorio, fatto di piccoli borghi dalla storia secolare e abbarbicati sui fianchi dei monti.
Nei pressi di uno di questi borghi: Roccamorice si trova l'Eremo di S. Spirito a Majella. Fondato da colui che divenne il Papa del gran rifiuto:Celestino V. Questa struttura fu abitata fino dagli inizi del IX secolo. L'eremo è raggiungibile da Roccamorice tramite una strada asfaltata.
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martedì 20 settembre 2016
San Martino in Valle
Siamo a Fara San Martino, con la cornice naturale rappresentata dalla spaccatura della gola di San Martino nel Vallone di Santo Spirito, ti riporta indietro nel tempo. Precisamente all’832, anno a cui si fa risalire l’abbazia di San Martino in Valle, gioiello benedettino incastonato nella roccia e recentemente riportato alla luce. Il Monastero era sepolto sotto 12 metri di detrito alluvionale e con grandissima fatica e non poche difficoltà, è stato riportato alla luce nel 2009. Quello che appare dopo aver attraversato la gola, è uno spettacolo da non perdere, dove storia, arte e architettura si incastrano alla perfezione in un vero museo a cielo aperto, e dove il sentiero H1 si inerpica per raggiungere la cima più alta della Maiella – Monte Amaro a 2793 metri.
Fa davvero impressione attraversare la gola, passare in quel ‘varco’ tra due pareti rocciose largo poco meno di due metri.
E sapete come si è creato quel varco? La leggenda racconta che fu un’impresa di San Martino che ha aperto la roccia con la forza dei gomiti per favorire l’accesso alla montagna dei faresi e per costruirvi poi la Chiesa di San Martino in Valle.
E' solo una leggenda, ma...... c’è anche una ‘prova’: i solchi dei gomiti ancora visibili sulle rocce, due profondi incavi nelle pareti della montagna. Poco si sa invece della storia dell’antico monastero di San Martino in Valle. I pochi documenti ritrovati sono da completare, le intuizioni e prime verifiche degli storici da confermare. Molte risposte sono da ricercare presso l'Archivio Vaticano dove sono custoditi numerosi manoscritti sulla “Abbazia di San Martino della Fara”.
Le prime notizie storiche conosciute sul Monastero si intrecciano con quelle di un altro e più importante centro benedettino, l’Abbazia di Montecassino.
Nel XII secolo le varie proprietà monasteriali passarono sotto le locali autorità vescovili; conseguentemente San Martino in Valle divenne dominio del vescovo di Chieti.
Il 1100 coincide con un inesorabile declino del monachesimo. Il monastero di San Martino in Valle che aveva rappresentato un suggestivo luogo religioso perde importanza. Il luogo, abbandonato dagli uomini, torna in balia delle forze della natura. Ghiaie alluvionali con il passare del tempo invadono gli edifici; specie con l’alluvione del 1819 che colpisce la vallata ricoprendo l’intero sito del Monastero. Successivamente, nel 1891, l’iniziativa popolare degli abitanti di Fara diede inizio a scavi archeologici presieduti da una commissione conservatrice dei Monumenti Nazionali della Provincia, riportando alla luce i resti della Chiesa, un muro dell’attiguo monastero rimasto sepolto ed un cimitero.
Diverse alluvioni in successione invasero nuovamente il sito archeologico fino al più recente intervento per riportarlo alla luce, con 4 anni di campagne di scavi.
A tutt’oggi sulla gestione e sulla destinazione del monastero regna ancora l’incertezza. Ma vale comunque la pena fare una passeggiata per ammirare questo bellissimo scorcio delle Terre dei Trabocchi, (vedi anche il mio post di venerdì 27 giugno 2014) dove arte, architettura, storia e natura contribuiscono a regalare un’atmosfera ricca di fascino e mistero.
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mercoledì 20 gennaio 2016
Mirabilia d'Abruzzo-Juvanum
In un percorso turistico nell'ambito del Parco della Maiella, che potrebbe comprendere la visita al Vallone di Santo Spirito a Fara San Martino e alla Grotta del Cavallone si può aggiungere la visita a Juvanum. E' un sito archeologico di epoca romana nelle campagne di Montenerodomo, in provincia di Chieti. Vi si trovano un foro, due templi e una basilica; resti di un insediamento romano successivo alla guerra sociale e probabilmente abitato inizialmente da giovani (da cui il nome). Il sito è aperto al pubblico e gestito dal comune di Montenerodomo.
Le mura risalenti al III secolo a.C. erano atte a difendere un'area di culto forse dell'acqua. Il tempio costruito nel II secolo a.C. conserva delle tracce di antico podio con dei pezzi di travertino.
Intorno al II secolo a.C. venne costruito un 2° tempio a poca distanza dal tempio precedente.
A sud-est della collina dell'acropoli è stata trovata la cavea del teatro risalente al II sec. a.C. di cui sono rimaste le prime 7 file di gradini costruito con delle pietre più piccole ai lati e più grandi al centro.
Una strada lastricata, che conserva ancora i marciapiedi, conduce al foro, la grande piazza pavimentata con lastre di pietra, circondata da botteghe sui lati lunghi e a nord chiusa da un grande edificio pubblico (la cosiddetta basilica), con un ambiente absidato sul fondo, probabilmente destinato al culto imperiale. Nei pressi dell’area, una moderna costruzione ospita il Museo Archeologico di Iuvanum”, che racconta attraverso i reperti dell’area, la storia e la vita dell’insediamento, ed il “Museo sulla Storia e Trasformazione del Paesaggio”, incentrato sui mutamenti ambientali del Sangro-Aventino dall’epoca italica ad oggi, nonché il rapporto tra uomo e risorse territoriali, attraverso itinerari tematici che interessano ben sedici comuni.
lunedì 8 giugno 2015
Mirabilia d'Abruzzo-L'Abbazia di San Clemente a Casauria
L'Abbazia di San Clemente a Casauria è uno dei monumenti più importanti d'Abruzzo, anch'esso purtroppo danneggiato dal terremoto del 6 aprile del 2009.
San Clemente a Casauria era un Monastero benedettino presso Torre de’ Passeri (Pescara), fondato dall’imperatore Ludovico II nell’871. Il nome di San Clemente gli fu dato quando ricevette le reliquie del papa San Clemente; il monastero fu distrutto dai Saraceni nel 916, ma ritrovò l’antico splendore soprattutto nella prima metà del sec. 11°.
La chiesa (sec. 12°), romanica con accenni gotici, ha un ampio atrio con portali decorati di sculture di remota derivazione lombarda, l’esterno dell’abside, con colonne aggettanti, le porte bronzee con rappresentazioni dei castelli soggetti all’abbazia (sec. 12°), il pergamo, il candelabro pasquale (sec. 12°), il ciborio (sec. 14°). Nella cripta resti della costruzione del sec. 9°.
La facciata è preceduta da un portico con colonne a capitelli, sotto il quale si aprono tre portali, di cui il centrale è il maggiore per dimensioni. Nella lunetta centrale del portale principale è raffigurato San Clemente a simboleggiare la continuità con la chiesa nuova costruita da Leonate, raffigurato a sinistra. Nell’architrave viene illustrata la storia della nascita dell’abbazia. Sulla lunetta del portale sinistro è raffigurato S. Michele Arcangelo che atterra con la lancia il drago, simbolo del male. Sulla lunetta del portale destro c’è una Madonna con Bambino, protettrice dei viandanti. Alla realizzazione della facciata, costruita durante il periodo di Leonate, contribuirono maestri e muratori provenienti da più parti, dalla Puglia fino alla Borgogna. Essa presenta molte irregolarità rispetto al portico probabilmente dovute alle ricostruzioni dopo i terremoti del 1359 e del 1456. La facciata originale aveva, ad esempio, un rosone nella lunetta e nell’architrave del portale. Il Porticato ha una bella volta a crociera, probabilmente ispirata, così come l’oratorio, dalle maestranze francesi. Alla sua sinistra rimangono i ruderi di una Torre Campanaria, probabilmente crollata durante il terremoto del 1349.
L'interno è a tre navate, che conducono al pulpito con una sola abside semicircolare. La copertura, che una volta doveva essere a crociera nel transetto e a tetto nelle navate, è oggi a capriata con mattoni dipinti a losanghe. La cripta, destinata ad ospitare tombe dei santi e reliquie sacre ha nove piccole navate longitudinali e due trasversali, con le campate a volta a crociera. Si tratta di una cripta presbiteriale rialzata, come quella di S. Marco a Venezia. Per raggiungere il presbiterio bisogna salire quattro gradini attraverso due scale alle estremità delle navate laterali. Dei tre altari che c’erano quando fu costruita, ne rimane uno solo al centro.
Per maggiori informazioni
martedì 26 maggio 2015
Mirabilia d'Abruzzo - Alba Fucens
Il sito archeologico di Alba Fucens sorge in prossimità della via consolare romana Tiburtina-Valeria. Nel 303 a.C, dopo la sconfitta degli Equi, i Romani fondarono la colonia di Alba e destinarono al nuovo abitato 6000 coloni, a cui venne assegnato un appezzamento di terra da coltivare. Durante la guerra sociale (90 a.C) la città rimase fedele alla capitale e ottenne il titolo di municipium. Importante punto di snodo, il sito fu frequentato fino al VI secolo d.C, quando una serie di calamità naturali determinò il progressivo abbandono dell’abitato.
Le prime campagne di scavo furono condotte da Jean De Ruyt, che coordinava il gruppo di lavoro dell’Univerità belga di Lovanio, in un arco di tempo compreso tra il 1949 e il 1979. Gli scavi degli ultimi anni, gestiti dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo e da università italiane ed estere, hanno portato alla luce nuove aree del grande abitato italico, tra cui il santuario di Ercole.
All’interno del santuario di Ercole è stata rinvenuta una statua marmorea di Herakles epitrapezios, ovvero Ercole a Banchetto, attualmente conservata nel Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo di Chieti.
Per altre informazioni vedi:Albafucens.info
martedì 12 maggio 2015
Semplicemente Unico - Il Castello di Roccascalegna (CH)
Da "L'Abruzzo che ci piace":
E' uno dei più suggestivi e possenti castelli abruzzesi. Si erge superbo su uno sperone roccioso da cui domina il caratteristico borgo medievale di Roccascalegna, il vallone del Rio Secco e l'ampia vallata del Sangro. La sua origine è molto probabilmente legata ai Longobardi che intorno al V/VI secolo fortificarono la rocca,successivamente passò sotto gli Svevi, gli Angioini e gli Aragonesi e man mano la struttura assunse un aspetto più elaborato. Più tardi appartenne ai Caraffa, ai De Corvis, ai Nanni e ai Nanni-Croce che mantennero il castello dal 1806 al 1980, quando lo donarono al Comune. Il maniero è stato nei secoli rimaneggiato e restaurato; la configurazione attuale è frutto di importanti lavori completati nel 1996.
L'impianto tuttora dominante nel complesso risale al periodo Angioino-Aragonese (XV sec.) con evidenti stratificazioni risalenti a varie epoche. Il castello è caratterizzato da una pianta irregolare ed articolata che segue l'andamento dello sperone di roccia su cui è arroccato e si trova racchiuso entro possenti mura di cinta addossate allo strapiombo. Alla fortezza si accede salendo una lunga gradinata che conduce al ponte levatoio e quindi al portone, realizzato in rovere massiccio. Entrati nel vestibolo, che ha il pavimento in mattoni disposti a spina di pesce, si nota subito la torre di sentinella, proseguendo sulla gradinata, che attraversa alcuni ambienti rettangolari, si giunge alla torre del carcere, poi a quella Angioina,all'ambiente chiesa, alla torretta di avvistamento e continuando lungo il camminamento si raggiunge il portone. Una visita veramente unica ed emozionante che fa rivivere il fascino del mondo medievale. Attualmente, il castello è adibito anche a spazio espositivo e ospita manifestazioni culturali, anche all'aperto.
venerdì 27 giugno 2014
La Costa dei Trabocchi
Siamo ormai in periodo di vacanze estive, con il filmato che segue voglio presentarvi uno dei luoghi che ritengo ideale per una bella vacanza all' insegna della natura, cultura e gastronomia.
Buona visione!
L’Abruzzo è una regione montagnosa ma con chilometri di litorale ricchi di straordinari paesaggi, molto diversi tra di loro.
In provincia di Chieti questo litorale diventa interessantissimo, con calette, promontori, scogliere alte e frastagliate, che lo rendono unico. Questo tratto di costa, che si estende da Ortona a San Salvo, comprendendo San Vito Chietino, Rocca San Giovanni, Fossacesia, Casalbordino e Vasto, è noto come “Costa dei Trabocchi” e assume il nome, appunto, dal trabocco, antica e tipica costruzione marinara, che è frequente incontrare sulla costa e ne è diventata il simbolo.
Su questo tratto di costa si affacciano stupende cittadine.
Cominciando il viaggio da nord e spostandosi man mano verso sud, si incontra per prima Ortona. Oltre ad essere una delle più interessanti stazioni balneari della costa, con i frequentati Lido Riccio e Lido dei Saraceni, Ortona è dotata di uno dei porti più attrezzati d’Abruzzo. Una splendida vista panoramica della città è offerta dalla Passeggiata Orientale, dalla quale è possibile raggiungere il Castello Aragonese e la cattedrale di San Tommaso. L’entroterra, invece, racchiude un bacino agricolo di grande importanza, famoso soprattutto per i suoi ottimi vini.
Scendendo verso Sud, subito dopo, si incontra San Vito Chietino, situata in uno degli angoli più suggestivi del litorale abruzzese, e definita da D’Annunzio “il paese delle ginestre”. Dal Belvedere Marconi, la cui veduta panoramica vale da sola una visita alla cittadina, la vista spazia dai massicci della Maiella e del Gran Sasso ad ovest, Ortona a nord, il mare adriatico ad est, a sud-est Punta Penna del Vasto fino ad ammirare più in giù le sagome scure delle isole Tremiti. Nel centro storico la bella chiesa ottocentesca di San Vito Martire. La parte bassa del paese, chiamata Marina, è un’animatissima stazione balneare. All’interno la popolosa e bella frazione di Sant’Apollinare, ricca di un’agricoltura fiorente.
A sud di San Vito Chietino si individua il tratto più incontaminato del litorale frentano. Qui, nel territorio di Rocca San Giovanni, dove spiagge sassose si alternano a scogliere a picco sul mare, è possibile visitare il “Centro di documentazione ambientale “Costa dei Trabocchi”. Nell’antico borgo fortificato, fondato nel 1076, sorge la parrocchiale di San Matteo, dichiarata monumento nazionale, che conserva una bella tela del 300, raffigurante la Madonna della Navicella.
C’è poi Fossacesia che offre il panorama eccezionale del Golfo di Venere, dominato dalla collina su cui si trova l’antica Abbazia di San Giovanni in Venere, uno dei monumenti di riferimento di tutto l’Abruzzo.
Torino di Sangro sorge in bella posizione panoramica ad ammirare il mare e la parte terminare della valle del Sangro. Nel centro storico sono da visitare la Chiesa di S.Salvatore del 700, la chiesa di San Felice con annesso convento, e il Palazzo Priori. A ridosso della Marina si trova il famoso bosco della “Lecceta”, dichiarata riserva naturale con legge regionale. Vicino al bosco sorge il curatissimo “Cimitero Britannico dei caduti nella cruenta battaglia del Sangro del 1943”. Più a sud in località le Morge si aprono belle spiagge di ghiaia e di sabbia.
Una spiaggia di sabbia finissima caratterizza anche il lido di Casalbordino, a ridosso del quale si trovano i ricchi boschi di San Savino e di Don Venanzio e i ruderi dell’Abbazia di S. Stefano in Rivomaris.
In pochi minuti si arriva a Vasto, l’antica Histonium. Dal suo suggestivo Belvedere delle Lame lo sguardo si apre sul bellissimo Golfo d’Oro. Il centro storico è ricco di monumenti che testimoniano un glorioso passato: la chiesa di Santa Maria Maggiore, la cattedrale di San Giuseppe, il vecchio Castello Caldoresco e il Palazzo d’Avalos. Di grande importanza è Punta Aderci, riserva regionale istituita nel 1998 a tutela del litorale roccioso.
San Salvo si sviluppa in parte sulla collina, dove sorge il cuore amministrativo, e in altra parte lungo la Marina, rinomata stazione balneare. Nella “Casa della Cultura” si possono ammirare reperti di epoca romana e medievale della città antica, ma il monumento principale del centro storico è la chiesa di San Giuseppe. La Marina offre una spiaggia a tratti ancora selvaggia, intorno alla quale si stanno sviluppando le attività alberghiere, della ristorazione e del tempo libero. Attraversando il Fiume Trigno che segna il confine con il Molise si giunge con una ventina di chilometri a Termoli dove è ancora possibile vedere due trabocchi funzionanti, superstiti di un gruppo di dieci presenti negli anni 50 del secolo scorso.
domenica 19 maggio 2013
Arizona on the road - Betatakin
Betatakin: Navajo National Monument, Arizona.
Betatakin, parola Navajo che significa “Casa Sulla Roccia Sporgente”, fu scoperta dall'uomo bianco solo nel 1909, cinque mesi dopo fu costituito il Navajo National Monument.
Il complesso è piuttosto mimetizzato, incastonato in un’enorme nicchia di pietra arenaria, la stessa con la quale si costruirono le abitazioni.
La cavità misura 110 metri in larghezza, 136 metri in altezza e 46 in profondità. Alla sua base s’incontrano le formazioni di pietra arenaria Navajo e Kayenta. Nel punto di contatto si possono osservate molte sorgenti, poiché l’acqua che impregna la porosa pietra arenaria Navajo, quando raggiunge la più compatta Kayenta affiora lateralmente.Questo fenomeno permise agli antichi abitanti di Betatakin d’avere un eccellente e comoda fornitura d’acqua.
Anasazi, parola Navajo che significa “gli Antichi”, è il nome dato ai costruttori di Betatakin. Nessuno sa come essi si chiamassero, poiché non avevano una lingua scritta, ma il loro nome poteva forse significare “Il Popolo”, come usano molte altre tribù. Oggi i discendenti Anasazi sono conosciuti come Indiani Pueblo.
Betatakin fu costruita nel 13° secolo ed occupata per soli 33 anni. L’attività principale dei suoi abitanti era l’agricoltura: coltivavano mais, fagioli, zucche e forse cotone, usando vari metodi d’irrigazione come le dighe di sbarramento e l’inondazione periodica. Per integrare la loro alimentazione a base di prodotti agricoli, gli Anasazi cacciavano e raccoglievano frutti selvatici spontanei della terra, come i loro antenati avevano fatto nel passato. Cacciavano cervi, pecore di montagna e selvaggina più piccola come lepri, scoiattoli ed uccelli.Arco e frecce erano usati insieme a vari tipi di reti e trappole.
La raccolta dei semi era ben nota a questo popolo, poiché i loro avi l’avevano praticata per migliaia d’anni.
Raccoglievano semi. Una grande varietà di frutti e bacche era raccolta a scopo medicinale e cerimoniale, oltre che per il consumo alimentare.
Intorno al 13° secolo gli Anasazi avevano sviluppato un grande talento nella produzione di vasellame,
passando dagli esemplari del passato grigi e privi di decorazioni, ai meravigliosi disegni in nero su bianco, nero su rosso e policromi. Gli Anasazi avevano intrecciato canestri per migliaia d’anni prima di produrre vasellame. Si ha spesso l’impressione che l’arte dei canestri abbia subito un declino a seguito della popolarità acquisita dal vasellame di terracotta; tuttavia, almeno per tutto il 13° secolo, essi continuarono a produrre grandi quantità di finissimi cesti dagli intrecci e dalle forme più complesse.
La vita religiosa ruotava intorno al raggiungimento dell’equilibrio tra uomo e natura. Poiché la loro vita agricola era strettamente legata alla terra ed all’acqua, gran parte delle pratiche religiose aveva lo scopo d’assicurare l’acqua e – conseguentemente – cibo a sufficienza. Gli edifici cerimoniali, oggi conosciuti come kiva, erano costruiti con scopi religiosi. Due kiva sono rimasti a Betatakin, ma è probabile che ce ne fossero altri, poiché molte stanze sono state distrutte da una frana avvenuta in periodo imprecisato, tra 14° e 20° secolo. I petroglifici e le pittografie incise o dipinte sulle
pareti rocciose, sono le uniche forme che s’avvicinino ad una lingua scritta Anasazi. Potevano a volte essere poco più che semplici graffiti, ma sembra che frequentemente ritraessero esseri sovrannaturali o raccontassero storie. A causa dell’assenza di una lingua scritta non si sa molto degli Antichi Abitatori delle Rupi. Molte leggende sono state tramandate attraverso i secoli. Molte leggende sono state tramandate attraverso i secoli. I miti e le storie odierne di Hopi, Zuni ed altri Pueblo sono forse molto simili a quelle raccontate secoli fa dai loro antenati che abitavano queste rupi.
Ciò che oggi sappiamo è stato dedotto da reperti materiali portati alla luce da archeologi: manufatti, indumenti, cibi, sepolture ed abitazioni. Osservando questi reperti ci si rende conto che gli Anasazi erano un popolo pacifico d’agricoltori, il cui stile di vita dipendeva dai capricci della natura. Ciò che conosciamo e che probabilmente non conosceremo mai, sono gli aspetti intellettuali e spirituali
di questa gente.
lunedì 30 aprile 2012
Abbazia di San Giovanni in Venere
Una prima chiesa fu costruita intorno all’anno mille da Trasmondo, conte di Chieti dove sorgeva un tempio ottagonale in onore di Venere Conciliatrice.
L’abbazia odierna venne ampliata a partire dal 1165 ad opera dell’abate Odorisio assumendo solenni forme cistercensi. Nella facciata colpisce il portale in pietra e marmo detto della Luna (sec.XIII) ai cui lati troviamo lastre di marmo bianco scolpito che raccontano la storia di Giovanni Battista. Bellissime le tre absidi, raffinatissime e di gusto arabeggiante (1165).
All’interno la chiesa si presenta a tre navate, divise da dodici pilastri che sostengono archi ad ogiva. Il presbiterio è sopraelevato rispetto al piano dell’aula dove è collocato l’altare, costituito da un’antica lastra di marmo.
Sotto il presbiterio si trova la cripta, con volte a crociera e affreschi del XII e XIII secolo nei catini delle absidi.
Per maggiori informazioni consultate il sito:http://www.fondoambiente.it/upload/oggetti/Abbazia_Fossacesia.pdf
Questa clip è stata realizzata con alcune riprese la cui destinazione è il mio documentario "La costa dei trabocchi" in fase di post produzione
mercoledì 4 aprile 2012
I Beni Culturali e la mia cinepresa - Civita di Bagnoregio
Il colle tufaceo su cui sorge Civita è minato alla base dalla continua erosione di due torrentelli che scorrono nelle valli sottostanti e dall’azione delle piogge e del vento: si sta dunque sgretolando, lentamente ma inesorabilmente.
Il destino quasi segnato del luogo, il paesaggio irreale dei calanchi argillosi che assediano il borgo, i loro colori tetri che contrastano con quelli dorati del tufo, fanno di Civita un luogo unico, solare e crepuscolare insieme, vivo o spettrale, a seconda dell’umore di chi la guarda dal precipizio del Belvedere, conclusione “aerea” - quasi - del centro storico di Bagnoregio.
Addentrandosi nell’abitato (si fa per dire: vi vivono poche persone), il primo importante monumento che si incontra è la Porta S. Maria, sormontata da una coppia di leoni che artigliano due teste umane, simbolo dei tiranni sconfitti dai bagnoresi.Più avanti la via S. Maria si apre nella piazza principale, dove si può ammirare la romanica Chiesa di S. Donato rimaneggiata nel XVI secolo.
Il destino quasi segnato del luogo, il paesaggio irreale dei calanchi argillosi che assediano il borgo, i loro colori tetri che contrastano con quelli dorati del tufo, fanno di Civita un luogo unico, solare e crepuscolare insieme, vivo o spettrale, a seconda dell’umore di chi la guarda dal precipizio del Belvedere, conclusione “aerea” - quasi - del centro storico di Bagnoregio.
Addentrandosi nell’abitato (si fa per dire: vi vivono poche persone), il primo importante monumento che si incontra è la Porta S. Maria, sormontata da una coppia di leoni che artigliano due teste umane, simbolo dei tiranni sconfitti dai bagnoresi.Più avanti la via S. Maria si apre nella piazza principale, dove si può ammirare la romanica Chiesa di S. Donato rimaneggiata nel XVI secolo.
I palazzi rinascimentali si impongono nelle viuzze con le tipiche case basse con balconcini e scalette esterne dette “profferli”, tipiche dell’architettura viterbese del medioevo.
sabato 31 marzo 2012
I Beni Culturali e la mia cinepresa - L'Ara Pacis Augustae - Roma
Dalla guida di Travel Italia:
L'Ara Pacis è una delle più alte espressioni dell'arte augustea e insieme un'opera dai profondi rimandi simbolici, che acquistano significato nel quadro del passaggio storico dalla Repubblica al nuovo assetto imperiale. L'altare fu costruito nell'area del Campo Marzio, presso la Flaminia, dal 13 al 9 a.C., per celebrare le imprese di Augusto nelle provincie occidentali dell'Impero. A testimonianza del rapporto diretto con il personaggio, il monumento fu noto come "Ara Pacis Augustae". Con tutta probabilità, l’opera fu eseguita da scultori neoattici attivi a Roma nel I sec. a.C. L'impianto è definito da un recinto marmoreo rettangolare riccamente decorato da bassorilievi con una larghezza approssimativa di 10 metri ed una lunghezza di appena un metro superiore. L'altare centrale, dove si svolgevano i sacrifici rituali, si raggiunge da due aperture poste al centro dei lati più corti del recinto e risulta in posizione rialzata rispetto al perimetro della struttura. Il maggiore interesse artistico è dato dai bassorilievi organizzati in fasce sovrapposte e pannelli che ricoprono interamente le superfici interne ed esterne del recinto ed in parte l'altare centrale. Il fine celebrativo dell'opera è testimoniato direttamente dalla presenza dell'Imperatore Augusto e di Agrippa fra i personaggi rappresentati, ma anche, sul lato occidentale, sia dalle scene dedicate ad Enea, considerato il capostipite della gens Julia alla quale lo stesso Augusto apparteneva, sia da quelle che ricordano l'origine divina di Roma con la lupa che allatta i gemelli Romolo e Remo sotto lo sguardo del padre, il dio Marte. Completano le decorazioni dell'Ara Pacis fregi di carattere naturalistico, con bassorilievi di piante e piccoli animali e la "Tellus", la divinità che rappresenta la personificazione della pace e della prosperità che l'impero di Roma si apprestava a vivere grazie alle imprese di Augusto.
mercoledì 14 marzo 2012
I Beni Culturali e la mia cinepresa - Il castello di Palmoli
Sulla sommità di un colle, sulla destra idrografica del fiume Treste, Palmoli si distingue da lontano per il suo Castello, che ne costituisce il punto più alto attorno al quale si sviluppa il borgo, con la tipica forma allungata degli insediamenti di crinale.
Il Castello Marchesale è il monumento più significativo ed è stato dichiarato monumento nazionale sin dal 1928 . L'intero complesso fortificato si compone di mura difensive e di un torrione a pianta dodecagonale inglobato nel Palazzo marchesale (del XV sec.) con l'annessa cappella di San Carlo (XVIII sec.) in attesa di restauri. Nel Castello, sede municipale, è stata ricavata inoltre, la sede del Museo della Civiltà Contadina.
All'interno del borgo, poco distante dal castello, si trova la Chiesa di Santa Maria delle Grazie, di stile toscano composito, ricca di stucchi, quadri, statue e decori. La chiesa accoglie al suo interno la teca di bronzo con il corpo (si dice) del Santo Patrono di Palmoli, San Valentino Martire.
Il Castello Marchesale è il monumento più significativo ed è stato dichiarato monumento nazionale sin dal 1928 . L'intero complesso fortificato si compone di mura difensive e di un torrione a pianta dodecagonale inglobato nel Palazzo marchesale (del XV sec.) con l'annessa cappella di San Carlo (XVIII sec.) in attesa di restauri. Nel Castello, sede municipale, è stata ricavata inoltre, la sede del Museo della Civiltà Contadina.
All'interno del borgo, poco distante dal castello, si trova la Chiesa di Santa Maria delle Grazie, di stile toscano composito, ricca di stucchi, quadri, statue e decori. La chiesa accoglie al suo interno la teca di bronzo con il corpo (si dice) del Santo Patrono di Palmoli, San Valentino Martire.
mercoledì 7 marzo 2012
I Beni Culturali e la mia cinepresa - La chiesa medievale di San Secondo a Cortazzone
Monumento Nazionale è un autentico gioiello dell’arte romanica in Piemonte, inserita con maestria nel paesaggio, attende i visitatori. Qui, nei secoli passati, i pellegrini che percorrevano la via Francigena vi sostavano per il riposo. Infatti, una cornice orizzontale di conchiglie, sopra il doppio arco di pietra dell’ingresso principale, indica la chiesa come luogo sul percorso delle vie francigene.
L’esterno è fittamente decorato nel lato SUD e nella zona absidale; il coronamento a scacchiera e la sequela degli archetti pensili; le belle monofore, figure e animali scolpiti, cornici, cordonature, fregi e intrecci floreali, dimostrano l’inesauribile fantasia degli artisti romanici di San Secondo in Cortazzone facendone uno scrigno prezioso di simbologia medioevale.
L’austero interno è formato da tre navate, terminanti con un abside. Nel catino dell’abside centrale, un trecentesco affresco, raffigurante il Cristo docente assiso fra San Gerolamo cardinale e San Secondo martire, patrono di Cortazzone. Degne di nota le sculture sui capitelli delle colonne e dei pilastri, tutte diverse tra loro.
L’esterno è fittamente decorato nel lato SUD e nella zona absidale; il coronamento a scacchiera e la sequela degli archetti pensili; le belle monofore, figure e animali scolpiti, cornici, cordonature, fregi e intrecci floreali, dimostrano l’inesauribile fantasia degli artisti romanici di San Secondo in Cortazzone facendone uno scrigno prezioso di simbologia medioevale.
L’austero interno è formato da tre navate, terminanti con un abside. Nel catino dell’abside centrale, un trecentesco affresco, raffigurante il Cristo docente assiso fra San Gerolamo cardinale e San Secondo martire, patrono di Cortazzone. Degne di nota le sculture sui capitelli delle colonne e dei pilastri, tutte diverse tra loro.
domenica 26 febbraio 2012
I Beni Culturali e la mia cinepresa -Chiesa abbaziale Nonantola
L'edificio attuale è databile attorno alla prima parte del XII secolo. Profondamente alterato con l'edificazione di volte a crociera e l'interramento della cripta nel XV secolo e con ancora maggiori modifiche strutturali nei secoli XVII e XVIII, fu ripristinato in forme romaniche tra il 1913 e il 1917 secondo i criteri dell'epoca.
Per saperne di più:
http://www.abbazia-nonantola.net/
http://www.abbazia-nonantola.net/
domenica 16 ottobre 2011
Itinerari e luoghi e la mia cinepresa - Qumran e il Deserto di Giuda
Uno dei luoghi più brulli del pianeta, dove spesso in estate la temperatura supera i 40 gradi e si creano affascinanti giochi di luci, è il deserto di Giuda. Qui, incontrastato, regna da sempre il nulla.
Quando ho fatto le riprese, era l’agosto del 2005, il caldo era incessante. L’aria era talmente rarefatta e bruciante da respirare a fatica. Sembrava di avere un fon accesso, alla massima potenza, proprio davanti al volto.
Il Deserto di Giuda, perfettamente preservato e inviolato, è’ denso di suggestioni, di emozioni rese dal paesaggio, ma anche dalla storia che trasuda. Siamo in Cisgiordania, lembo di terra dove si trovano le rovine di Gerico, la città più antica della Terra. La linea irregolare del profilo delle colline si spezza solo quando s’incontra un’oasi. Questi luoghi racchiudono in se, preziose come perle nelle loro ostriche, splendide riserve naturali e, come ogni deserto, è più vivo di quanto si pensi.
Tra il limite meridionale del deserto e le rive del Mar Morto è situata Qumran, una località abitata nei tempi lontani, da una comunità essena, in un monastero costruito tra il 150 a.C. e il 130 a.C. che vide varie fasi di occupazione finché, nell'estate del 68, Tito, al comando della legione X Fretensis, la distrusse.
Qumran è divenuta famosa in seguito alla scoperta, nel 1947, del Rotolo di Isaia (uno dei rotoli del Mar Morto), visibile in una riproduzione all’interno del piccolo museo o centro visitatori. Questo sito archeologico fu notevolmente rivalutato e ben presto gli studiosi riconobbero che gli edifici erano appartenuti a una comunità religiosa ebraica, supponendo quindi che fossero stati i membri di questa comunità a nascondere i rotoli nelle grotte fra i vicini dirupi.
La clip seguente è un sunto delle sequenze di maggior durata del mio film "I paesi della luce".
Quando ho fatto le riprese, era l’agosto del 2005, il caldo era incessante. L’aria era talmente rarefatta e bruciante da respirare a fatica. Sembrava di avere un fon accesso, alla massima potenza, proprio davanti al volto.
Il Deserto di Giuda, perfettamente preservato e inviolato, è’ denso di suggestioni, di emozioni rese dal paesaggio, ma anche dalla storia che trasuda. Siamo in Cisgiordania, lembo di terra dove si trovano le rovine di Gerico, la città più antica della Terra. La linea irregolare del profilo delle colline si spezza solo quando s’incontra un’oasi. Questi luoghi racchiudono in se, preziose come perle nelle loro ostriche, splendide riserve naturali e, come ogni deserto, è più vivo di quanto si pensi.
Tra il limite meridionale del deserto e le rive del Mar Morto è situata Qumran, una località abitata nei tempi lontani, da una comunità essena, in un monastero costruito tra il 150 a.C. e il 130 a.C. che vide varie fasi di occupazione finché, nell'estate del 68, Tito, al comando della legione X Fretensis, la distrusse.
Qumran è divenuta famosa in seguito alla scoperta, nel 1947, del Rotolo di Isaia (uno dei rotoli del Mar Morto), visibile in una riproduzione all’interno del piccolo museo o centro visitatori. Questo sito archeologico fu notevolmente rivalutato e ben presto gli studiosi riconobbero che gli edifici erano appartenuti a una comunità religiosa ebraica, supponendo quindi che fossero stati i membri di questa comunità a nascondere i rotoli nelle grotte fra i vicini dirupi.
La clip seguente è un sunto delle sequenze di maggior durata del mio film "I paesi della luce".
mercoledì 21 settembre 2011
Itinerari e luoghi e la mia cinepresa
Sono passati 6 mesi da quando ho iniziato questo blog, in cui ho cercato, spero in modo interessante, di raccontarvi quanto possa essere divertente ed appagante l'hobby del fare cinema
E i miei progetti futuri? Senza dimenticare il restauro dei miei vecchi film : la realizzazione di un corto "Switch on" ; il montaggio e la postproduzione del film "La costa dei trabocchi" con il girato fatto in abruzzo nel 2004 - 2006 - 2009 e 2011; il montaggio e la postproduzione del corto "Cinque scampoli di terra" (le isole Borromee).
Con questo post inizia una nuova fase del blog, dedicata unicamente alla documentazione dei miei viaggi sia con estratti dei miei film sia con la realizzazione ad hoc di videoclip utilizzando il numeroso materiale di archivio.
Buona visione!
Nell'agosto del 2010 fu trovato nei fondali marini delle Egadi un rostro di una nave romana. Il successivo 25 Settembre, all'interno dello Stabilimento Florio (la Tonnara di Favignana), il rostro fu presentato al pubblico. Io mi trovavo a Favignana per girare "Orizzonti Egusei", di cui ho appena terminato il montaggio; ho potuto quindi documentare l'evento che vi presento nella clip che segue.
Lo Stabilimento è ora museo archeologico e museo della tonnara con l'esposizione delle attrezzature inerenti la pesca e la lavorazione del tonno e sale di proiezione di documenti audio e video dell'epoca d'oro della tonnara.
Per approfondimenti:
http://www.egadivacanze.it/informazioni/favignana/il-museo-stabilimento-florio.html
E i miei progetti futuri? Senza dimenticare il restauro dei miei vecchi film : la realizzazione di un corto "Switch on" ; il montaggio e la postproduzione del film "La costa dei trabocchi" con il girato fatto in abruzzo nel 2004 - 2006 - 2009 e 2011; il montaggio e la postproduzione del corto "Cinque scampoli di terra" (le isole Borromee).
Con questo post inizia una nuova fase del blog, dedicata unicamente alla documentazione dei miei viaggi sia con estratti dei miei film sia con la realizzazione ad hoc di videoclip utilizzando il numeroso materiale di archivio.
Buona visione!
Nell'agosto del 2010 fu trovato nei fondali marini delle Egadi un rostro di una nave romana. Il successivo 25 Settembre, all'interno dello Stabilimento Florio (la Tonnara di Favignana), il rostro fu presentato al pubblico. Io mi trovavo a Favignana per girare "Orizzonti Egusei", di cui ho appena terminato il montaggio; ho potuto quindi documentare l'evento che vi presento nella clip che segue.
Lo Stabilimento è ora museo archeologico e museo della tonnara con l'esposizione delle attrezzature inerenti la pesca e la lavorazione del tonno e sale di proiezione di documenti audio e video dell'epoca d'oro della tonnara.
Per approfondimenti:
http://www.egadivacanze.it/informazioni/favignana/il-museo-stabilimento-florio.html
domenica 22 maggio 2011
Problema della durata e dell'adattabilità (Sottofondo musicale)
E' chiaro che se lo sviluppo dell'azione cinematografica si svolge senza cambiamenti di umore nè di ritmo non vi è necessità di variare tipo di musica, anzi se si deve, per questione di durata del film, far seguire più brani (cosa comunque consigliabile nei giusti termini per non rendere l'accompagnamento monotono) sarà opportuno mantenere una certa uniformità di caratteristiche, di stile, d'esecuzione, d'orchestra ecc. (un esempio nella clip seguente).
Ma se intervengono delle variazioni, la musica dovrà seguirle con la massima corrispondenza, cioè avremo bisogno anche qui di una scrupolosa sincronizzazione. Ciò richiede un esame preventivo della durata delle varie sequenze, per poter calcolare esattamente la durata del pezzo e quindi quando il pezzo va interrotto per passare al seguente (con gli attuali software di montaggio la cosa è abbastanza semplice). Ma non è tanto il calcolo della durata ed il cambiamento che ci sembrano costituire il problema, quanto, nella scelta dei brani musicali, quello di trovare dei pezzi che, oltre agli altri requisiti, consentano di essere tagliati, sia pur «dolcemente» grazie alle dissolvenze, nei punti a noi necessari senza dare all'orecchio la sensazione della sospensione, cosa che dà sempre un pessimo effetto; per cui fate il passaggio in dissolvenza in corrispondenza della fine del brano, ovvero alla fine di una parte o di una frase. Quindi ascoltando le musiche per la scelta, dovrete tener presente anche questo fattore.
Per quanto riguarda il problema di adattabilità vi è della musica adatta alla sonorizzazione del film e vi è musica inadatta. Ciò sotto diversi aspetti: è preferibile che si orienti la scelta su pezzi eseguiti da piccoli complessi, tralasciando le esecuzioni delle grandi orchestre, soprattutto i forti «pieni ". Per quanto riguarda il tipo di musica: in genere per i film d'amatori è bene propendere per musiche semplici, non rumorose, con un'armonia orecchiabile e definita; solo in casi particolari e con scopi ben precisi ci si può scostare da questa linea. Si deve pensare che vi deve sempre essere un equilibrio tra forza espressiva ed intensità emotiva delle immagini e della musica ed in generale, sotto questo aspetto, i film di dilettanti non possono raggiungere alti livelli. Ecco perchè il commento musicale non può essere fatto con pezzi troppo intensi che soffocherebbero il significato narrativo della parte visiva. Anzi, la forza della musica (non già come volume ma sempre come mezzo emotivo) dev'essere sempre un gradino sotto. Inoltre, per le ragioni espresse all'inizio, si evitino i motivi troppo noti, le arie troppo popolari, soprattutto nel campo delle canzoni d'attualità; veramente queste ultime dovrebbero essere decisamente scartate, salvo esigenze particolari. Anche brani operistici, fatta qualche eccezione, non vanno bene, ai compositori classici sono piuttosto da preferire i brani di autori di musiche da film come:
John Barry-Elmer Bernstein-Ludovico Einaudi-Danny Elfman-Jerry Goldsmith-Bernard Herrmann-James Horner-Maurice Jarre-Emir Kusturica-Henry Mancini-Ennio Morricone-Javier Navarrete-Bruno Nicolai- Riz Ortolani-Nicola Piovani-Nino Rota-Max Steiner-John Williams-Hans Zimmer .
Dal Film "I paesi della Luce"
Petra
Ma se intervengono delle variazioni, la musica dovrà seguirle con la massima corrispondenza, cioè avremo bisogno anche qui di una scrupolosa sincronizzazione. Ciò richiede un esame preventivo della durata delle varie sequenze, per poter calcolare esattamente la durata del pezzo e quindi quando il pezzo va interrotto per passare al seguente (con gli attuali software di montaggio la cosa è abbastanza semplice). Ma non è tanto il calcolo della durata ed il cambiamento che ci sembrano costituire il problema, quanto, nella scelta dei brani musicali, quello di trovare dei pezzi che, oltre agli altri requisiti, consentano di essere tagliati, sia pur «dolcemente» grazie alle dissolvenze, nei punti a noi necessari senza dare all'orecchio la sensazione della sospensione, cosa che dà sempre un pessimo effetto; per cui fate il passaggio in dissolvenza in corrispondenza della fine del brano, ovvero alla fine di una parte o di una frase. Quindi ascoltando le musiche per la scelta, dovrete tener presente anche questo fattore.
Per quanto riguarda il problema di adattabilità vi è della musica adatta alla sonorizzazione del film e vi è musica inadatta. Ciò sotto diversi aspetti: è preferibile che si orienti la scelta su pezzi eseguiti da piccoli complessi, tralasciando le esecuzioni delle grandi orchestre, soprattutto i forti «pieni ". Per quanto riguarda il tipo di musica: in genere per i film d'amatori è bene propendere per musiche semplici, non rumorose, con un'armonia orecchiabile e definita; solo in casi particolari e con scopi ben precisi ci si può scostare da questa linea. Si deve pensare che vi deve sempre essere un equilibrio tra forza espressiva ed intensità emotiva delle immagini e della musica ed in generale, sotto questo aspetto, i film di dilettanti non possono raggiungere alti livelli. Ecco perchè il commento musicale non può essere fatto con pezzi troppo intensi che soffocherebbero il significato narrativo della parte visiva. Anzi, la forza della musica (non già come volume ma sempre come mezzo emotivo) dev'essere sempre un gradino sotto. Inoltre, per le ragioni espresse all'inizio, si evitino i motivi troppo noti, le arie troppo popolari, soprattutto nel campo delle canzoni d'attualità; veramente queste ultime dovrebbero essere decisamente scartate, salvo esigenze particolari. Anche brani operistici, fatta qualche eccezione, non vanno bene, ai compositori classici sono piuttosto da preferire i brani di autori di musiche da film come:
John Barry-Elmer Bernstein-Ludovico Einaudi-Danny Elfman-Jerry Goldsmith-Bernard Herrmann-James Horner-Maurice Jarre-Emir Kusturica-Henry Mancini-Ennio Morricone-Javier Navarrete-Bruno Nicolai- Riz Ortolani-Nicola Piovani-Nino Rota-Max Steiner-John Williams-Hans Zimmer .
mercoledì 18 maggio 2011
Problema di congruenza e coerenza con lo spirito del film (Sottofondo musicale)
Si parla di effetti di congruenza espressiva quando i suoni sono legati ai gesti e ai movimenti degli attori, o ai movimenti della macchina da presa, mettendo in relazione le qualità cinetiche della musica con la composizione delle inquadrature (esempio: la cavalcata che conclude l'ouverture del Guglielmo Tell di G.Rossini, abbinata a immagini di acque impetuose, di cavalli al galoppo, di movimenti veloci della cinepresa).
Diceva S. Kubrick che "...la cosa migliore in un film è quando le immagini e la musica creano l’effetto.(…).Le scene più forti, quelle di cui ci si ricorda, non sono mai scene in cui delle persone parlano, ma quasi sempre scene di musica e immagini”.
Aaron Copland stabilì:
-Che la musica può creare una impressione più convincente dell’epoca e del luogo.
-Che la musica può essere impiegata per creare o sottolineare raffinatezze psicologiche- i pensieri reconditi di un personaggio o le implicazioni nascoste di una situazione.
-Che la musica può servire da riempitivo neutro di sottofondo.
-Che la musica può aiutare a costruire il senso di continuità del film
-Che la musica può fornire il fondamento alla costruzione teatrale di una scena e dotarla di compiutezza.
La colonna sonora di un film non può essere semplicemente qualcosa che viene “applicato” all’opera, ma con essa intrattiene un rapporto di scambio, di dialogo, di costruzione di senso. Attraverso un gioco di specchi e contrapposizioni la musica riesce a rafforzare e amplificare il messaggio che il film intende diffondere.
Visto però che trattiamo di cinema amatoriale dove Il 99% dei film prodotti da dilettanti riguardano viaggi, vacanze, ricorrenze e festicciole, dobbiamo semplificare definendo che la coerenza è la relazione della musica con l’ambiente in cui il film viene girato.
Abbiamo così:
Musica con connotazione:“sentimentale”del timbro dei violini, “pastorale e agreste”del flauto dolce, il senso di progresso tecnologico suggerito dalla musica elettronica, etc.
Musica di genere: thrilling, western, capaci di suggerire immediatamente connotazioni di ambientazione. Si tratta di una musica ricca di stilemi linguistici facilmente riconoscibili.
Oppure musiche natalizie, per i filmati che rappresentano momenti del Natale;
Canti africani (Miriam Makeba) per filmati di vacanze in africa sub Saariana e musiche del Magreb per filmati girati in NordAfrica; musiche popolari e locali esempio musiche ebraiche per commentare immagini girate in Israele; musica pop di artisti del luogo vedi la clip tratta dal mio documentario "Berlino" e così via....
Personalmente cerco di trovare nelle colonne sonore esistenti dei motivi che identifichino i luoghi oggetto delle riprese . Alcuni esempi : le prime immagini del deserto del Wadi rum del mio film “I paesi della luce” sono sottolineate dalla musica di “Lawrence d'Arabia”.
Nelle riprese di siti archeologici Romano ellenistici, utilizzo brani tratti da “Il gladiatore”. (vedi clip di questo post).
Nelle riprese degli isolati monasteri in Armenia dal mio film “L’isola degli altipiani” ho utilizzato brani da “L’ultimo samurai”.
Un altro metodo che utilizzo frequentemente è quello di inserire come sottofondo musiche il cui titolo abbia assonanza con il momento filmico, esempio: riprese sotto la pioggia (musica Burt Bacharat - Rain Drops), momento successivo la pioggia è cessata (musica Enya “a day without rain”).
C’è da tenere presente anche che nel scegliere la musica da applicare alle immagini gli elementi che colpiscono principalmente all’ascolto sono quello ritmico e quello melodico, entrambi caratterizzati da una potente espressività simbolica. Il ritmo oltre ad avere una forte valenza simbolica, così come la melodia del resto, attiva anche una funzione d’induzione senso-motoria capace di far raggiungere, attraverso il movimento innescato dalla percezione del ritmo, degli stati di benessere e di felicità. Il ritmo è infatti la dimensione maggiormente “corporea” della musica, e non è un caso che i bambini riescano a cogliere il tempo correttamente molto prima di essere capaci di intonare le note.
Diceva S. Kubrick che "...la cosa migliore in un film è quando le immagini e la musica creano l’effetto.(…).Le scene più forti, quelle di cui ci si ricorda, non sono mai scene in cui delle persone parlano, ma quasi sempre scene di musica e immagini”.
Aaron Copland stabilì:
-Che la musica può creare una impressione più convincente dell’epoca e del luogo.
-Che la musica può essere impiegata per creare o sottolineare raffinatezze psicologiche- i pensieri reconditi di un personaggio o le implicazioni nascoste di una situazione.
-Che la musica può servire da riempitivo neutro di sottofondo.
-Che la musica può aiutare a costruire il senso di continuità del film
-Che la musica può fornire il fondamento alla costruzione teatrale di una scena e dotarla di compiutezza.
La colonna sonora di un film non può essere semplicemente qualcosa che viene “applicato” all’opera, ma con essa intrattiene un rapporto di scambio, di dialogo, di costruzione di senso. Attraverso un gioco di specchi e contrapposizioni la musica riesce a rafforzare e amplificare il messaggio che il film intende diffondere.
Visto però che trattiamo di cinema amatoriale dove Il 99% dei film prodotti da dilettanti riguardano viaggi, vacanze, ricorrenze e festicciole, dobbiamo semplificare definendo che la coerenza è la relazione della musica con l’ambiente in cui il film viene girato.
Abbiamo così:
Musica con connotazione:“sentimentale”del timbro dei violini, “pastorale e agreste”del flauto dolce, il senso di progresso tecnologico suggerito dalla musica elettronica, etc.
Musica di genere: thrilling, western, capaci di suggerire immediatamente connotazioni di ambientazione. Si tratta di una musica ricca di stilemi linguistici facilmente riconoscibili.
Oppure musiche natalizie, per i filmati che rappresentano momenti del Natale;
Canti africani (Miriam Makeba) per filmati di vacanze in africa sub Saariana e musiche del Magreb per filmati girati in NordAfrica; musiche popolari e locali esempio musiche ebraiche per commentare immagini girate in Israele; musica pop di artisti del luogo vedi la clip tratta dal mio documentario "Berlino" e così via....
Personalmente cerco di trovare nelle colonne sonore esistenti dei motivi che identifichino i luoghi oggetto delle riprese . Alcuni esempi : le prime immagini del deserto del Wadi rum del mio film “I paesi della luce” sono sottolineate dalla musica di “Lawrence d'Arabia”.
Nelle riprese di siti archeologici Romano ellenistici, utilizzo brani tratti da “Il gladiatore”. (vedi clip di questo post).
Nelle riprese degli isolati monasteri in Armenia dal mio film “L’isola degli altipiani” ho utilizzato brani da “L’ultimo samurai”.
Un altro metodo che utilizzo frequentemente è quello di inserire come sottofondo musiche il cui titolo abbia assonanza con il momento filmico, esempio: riprese sotto la pioggia (musica Burt Bacharat - Rain Drops), momento successivo la pioggia è cessata (musica Enya “a day without rain”).
C’è da tenere presente anche che nel scegliere la musica da applicare alle immagini gli elementi che colpiscono principalmente all’ascolto sono quello ritmico e quello melodico, entrambi caratterizzati da una potente espressività simbolica. Il ritmo oltre ad avere una forte valenza simbolica, così come la melodia del resto, attiva anche una funzione d’induzione senso-motoria capace di far raggiungere, attraverso il movimento innescato dalla percezione del ritmo, degli stati di benessere e di felicità. Il ritmo è infatti la dimensione maggiormente “corporea” della musica, e non è un caso che i bambini riescano a cogliere il tempo correttamente molto prima di essere capaci di intonare le note.
Dal Film "Sguardi su un paese antico"
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