Caro navigatore che hai avuto l'incredibile fortuna di far naufragio sul mio blog, sei il benvenuto. Questo blog e’ qui per raccontarti un po’ di me attraverso la passione che ho per il cinema ed in particolare per quello amatoriale di viaggio. Non che mi aspetti che la cosa sia di alcun interesse per chiunque non mi conosca gia’. Condividere la nostra esperienza, significa offrire ad altri la possibilità di conoscerci così come noi ci percepiamo riscoprendo il nostro valore. Ci permette inoltre di trovare cose comuni e punti di contatto sentendosi così vicini e sviluppando sentimenti di unione. Il filmmaker è colui che realizza un corto, un documentario, uno spot pubblicitario, oppure realizza un prodotto audiovisivo curando tutte le fasi della realizzazione, dalla progettazione alla sceneggiatura, alle riprese, al montaggio. Una delle più importanti scoperte che feci ancora all'epoca in cui frequentavo le superiori è che il film è il più potente mezzo di comunicazione personale esistente sul pianeta. Nella propria tavolozza creativa, il film dà spazio a tutte le arti come fossero colori ben distinti: fotografia, musica, grafica, scrittura, belle arti, illustrazione, studi visivi e critici ecc. Il modo in cui un filmmaker miscela questi colori gli consente di imprimervi la propria firma, unica come la sua impronta.


Informazioni personali

La mia foto
Busto Arsizio, Varese, Italy
Bolognese d'origine, trapiantato in Lombardia . Tra me ed i miei interessi c'è una correlazione talmente stretta che non saprei dire dove finiscano gli uni e cominci io o viceversa. Tra questi interessi prediligo la settima arte, mi piace un sacco imprimere in una ripresa un’azione, un momento di vita, quello che il mondo ci offre di bello e di brutto; diceva François Truffaut « Fare un film significa migliorare la vita, sistemarla a modo proprio, significa prolungare i giochi dell'infanzia »
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venerdì 5 maggio 2017

Treno della Liberazione - 2017


In occasione del 25 Aprile, anniversario della Liberazione dal nazifascismo, è stato previsto un treno speciale che da Pescara scorre lungo tutta la Val Pescara; e da Sulmona lungo il tracciato ormai dismesso che portava a Isernia.
La destinazione è Roccaraso e il treno si arrampica lungo le pendici delle montagne con una sosta particolare a Palena. Un viaggio piacevole e panoramico nelle zone che sono state teatro degli eventi bellici della Seconda guerra mondiale e della lotta partigiana abruzzese.
Durante l'anno con tematiche differenti vengono organizzati, su questa stessa linea, chiamata "La Transiberiana d'Italia" diversi treni storici grazie all'impegno dell'Associazione "LeRotaie".

martedì 20 settembre 2016

San Martino in Valle




Siamo a Fara San Martino, con la cornice naturale rappresentata dalla spaccatura della gola di San Martino nel Vallone di Santo Spirito, ti riporta indietro nel tempo. Precisamente all’832, anno a cui si fa risalire l’abbazia di San Martino in Valle, gioiello benedettino incastonato nella roccia e recentemente riportato alla luce. Il Monastero era sepolto sotto 12 metri di detrito alluvionale e con grandissima fatica e non poche difficoltà, è stato riportato alla luce nel 2009. Quello che appare dopo aver attraversato la gola, è uno spettacolo da non perdere, dove storia, arte e architettura si incastrano alla perfezione in un vero museo a cielo aperto, e dove il sentiero H1 si inerpica per raggiungere la cima più alta della Maiella – Monte Amaro a 2793 metri.
Fa davvero impressione attraversare la gola, passare in quel ‘varco’ tra due pareti rocciose largo poco meno di due metri.
E sapete come si è creato quel varco? La leggenda racconta che fu un’impresa di San Martino che ha aperto la roccia con la forza dei gomiti per favorire l’accesso alla montagna dei faresi e per costruirvi poi la Chiesa di San Martino in Valle.
E' solo una leggenda, ma...... c’è anche una ‘prova’: i solchi dei gomiti ancora visibili sulle rocce, due profondi incavi nelle pareti della montagna. Poco si sa invece della storia dell’antico monastero di San Martino in Valle. I pochi documenti ritrovati sono da completare, le intuizioni e prime verifiche degli storici da confermare. Molte risposte sono da ricercare presso l'Archivio Vaticano dove sono custoditi numerosi manoscritti sulla “Abbazia di San Martino della Fara”.
Le prime notizie storiche conosciute sul Monastero si intrecciano con quelle di un altro e più importante centro benedettino, l’Abbazia di Montecassino.
Nel XII secolo le varie proprietà monasteriali passarono sotto le locali autorità vescovili; conseguentemente San Martino in Valle divenne dominio del vescovo di Chieti.
Il 1100 coincide con un inesorabile declino del monachesimo. Il monastero di San Martino in Valle che aveva rappresentato un suggestivo luogo religioso perde importanza. Il luogo, abbandonato dagli uomini, torna in balia delle forze della natura. Ghiaie alluvionali con il passare del tempo invadono gli edifici; specie con l’alluvione del 1819 che colpisce la vallata ricoprendo l’intero sito del Monastero. Successivamente, nel 1891, l’iniziativa popolare degli abitanti di Fara diede inizio a scavi archeologici presieduti da una commissione conservatrice dei Monumenti Nazionali della Provincia, riportando alla luce i resti della Chiesa, un muro dell’attiguo monastero rimasto sepolto ed un cimitero.
Diverse alluvioni in successione invasero nuovamente il sito archeologico fino al più recente intervento per riportarlo alla luce, con 4 anni di campagne di scavi.
A tutt’oggi sulla gestione e sulla destinazione del monastero regna ancora l’incertezza. Ma vale comunque la pena fare una passeggiata per ammirare questo bellissimo scorcio delle Terre dei Trabocchi, (vedi anche il mio post di venerdì 27 giugno 2014) dove arte, architettura, storia e natura contribuiscono a regalare un’atmosfera ricca di fascino e mistero.

mercoledì 18 marzo 2015

Jungfraubahn - Da Lauterbrunnen a Jungfraujoch e ritorno

 



Nel cuore dell'Oberland Bernese, si snoda uno dei percorsi su strada ferrata più emozionanti e spettacolari del mondo, un'esperienza da fare almeno una volta nella vita, a costo di levatacce o lunghe file alle biglietterie e sui binari.
Si può partire sia da Interlaken che dalle verdi vallate di Grindelwald in treno oppure raggiungere in auto Lauterbrunnen e raggiungere un mondo di nevi e ghiacci con la ferrovia più alta d'Europa. Si raggiunge dapprima la stazione di Wengen poi quella di Kleine Scheidegg a quota 2061 metri. Qui è consigliabile fare una sosta per abituarsi all'altitudine e ammirare lo spettacolo offerto dai tre giganti delle Alpi Bernesi: l'Eiger (3970 m), il Monch (4099 metri) e la Jungfrau (4158 metri). Da qui in poi il treno corre quasi interamente in galleria con pendenze fino al 250 per mille su una cremagliera da brivido. Il tunnel fu scavato nel ventre dell'Eiger tra il 1896 e il 1912.Il treno lungo il percorso sosta due volte: alla Eigerwand (2865 metri) e alla Eismeer (3160 metri), dove da vetrate aperte nella montagna si possono ammirare paesaggi affascinanti. Arrivati ai 3454 metri dello Jungfraujoch , ci si trova nella stazione più alta d'Europa. Per catturare la spettacolare ed indimenticabile vista sull'immenso ghiacciaio dell'Aletsch, la Foresta Nera e i Vosgi francesi, si sale con un ascensore all'osservatorio di Sphynx. il più alto d’Europa. Posto a strapiombo su una vetta adiacente al passo dello Jungfraujoch, è situato ad un’altitudine di 3.571 metri d’altezza ed è incluso tra gli osservatori più alti del mondo.


Si tratta, naturalmente, di un'escursione consigliabile in estate, con buone condizioni di visibilità e attrezzatura da alta montagna. Una volta sullo Jungfraujoch, si può anche visitare il museo e l'Eispalast, gigantesca grotta scavata nel ghiaccio, punteggiata da sculture anch'esse ricavate dal ghiaccio.

lunedì 17 novembre 2014

La piena del fiume Ticino a Tornavento


Quando i fenomeni climatici e quindi metereologici diventano estremi si crea la devastazione degli ecosistemi.
Il video mostra il fiume Ticino, nei pressi del ponte di ferro a Tornavento (chiamato Ponte di Oleggio), in fase di piena dopo più di 55 ore di pioggia battente. Per fortuna in questo tratto a confine tra la provincia di Varese e quella di Novara non si sono registrati partcolari danni, se non l'allagamento di qualche campo limitrofo.

venerdì 27 giugno 2014

La Costa dei Trabocchi

 
Siamo ormai in periodo di vacanze estive, con il filmato che segue voglio presentarvi uno dei luoghi che ritengo ideale per una bella vacanza all' insegna della natura, cultura e gastronomia.
 
Buona visione!
 
 


L’Abruzzo è una regione montagnosa ma con chilometri di litorale ricchi di straordinari paesaggi, molto diversi tra di loro.
In provincia di Chieti questo litorale diventa interessantissimo, con calette, promontori, scogliere alte e frastagliate, che lo rendono unico. Questo tratto di costa, che si estende da Ortona a San Salvo, comprendendo San Vito Chietino, Rocca San Giovanni, Fossacesia, Casalbordino e Vasto, è noto come “Costa dei Trabocchi” e assume il nome, appunto, dal trabocco, antica e tipica costruzione marinara, che è frequente incontrare sulla costa e ne è diventata il simbolo.

Su questo tratto di costa si affacciano stupende cittadine.
Cominciando il viaggio da nord e spostandosi man mano verso sud, si incontra per prima Ortona. Oltre ad essere una delle più interessanti stazioni balneari della costa, con i frequentati Lido Riccio e Lido dei Saraceni, Ortona è dotata di uno dei porti più attrezzati d’Abruzzo. Una splendida vista panoramica della città è offerta dalla Passeggiata Orientale, dalla quale è possibile raggiungere il Castello Aragonese e la cattedrale di San Tommaso. L’entroterra, invece, racchiude un bacino agricolo di grande importanza, famoso soprattutto per i suoi ottimi vini.
Scendendo verso Sud, subito dopo, si incontra San Vito Chietino, situata in uno degli angoli più suggestivi del litorale abruzzese, e definita da D’Annunzio “il paese delle ginestre”. Dal Belvedere Marconi, la cui veduta panoramica vale da sola una visita alla cittadina, la vista spazia dai massicci della Maiella e del Gran Sasso ad ovest, Ortona a nord, il mare adriatico ad est, a sud-est Punta Penna del Vasto fino ad ammirare più in giù le sagome scure delle isole Tremiti. Nel centro storico la bella chiesa ottocentesca di San Vito Martire. La parte bassa del paese, chiamata Marina, è un’animatissima stazione balneare. All’interno la popolosa e bella frazione di Sant’Apollinare, ricca di un’agricoltura fiorente.
A sud di San Vito Chietino si individua il tratto più incontaminato del litorale frentano. Qui, nel territorio di Rocca San Giovanni, dove spiagge sassose si alternano a scogliere a picco sul mare, è possibile visitare il “Centro di documentazione ambientale “Costa dei Trabocchi”. Nell’antico borgo fortificato, fondato nel 1076, sorge la parrocchiale di San Matteo, dichiarata monumento nazionale, che conserva una bella tela del 300, raffigurante la Madonna della Navicella.
C’è poi Fossacesia che offre il panorama eccezionale del Golfo di Venere, dominato dalla collina su cui si trova l’antica Abbazia di San Giovanni in Venere, uno dei monumenti di riferimento di tutto l’Abruzzo.
Torino di Sangro sorge in bella posizione panoramica ad ammirare il mare e la parte terminare della valle del Sangro. Nel centro storico sono da visitare la Chiesa di S.Salvatore del 700, la chiesa di San Felice con annesso convento, e il Palazzo Priori. A ridosso della Marina si trova il famoso bosco della “Lecceta”, dichiarata riserva naturale con legge regionale. Vicino al bosco sorge il curatissimo “Cimitero Britannico dei caduti nella cruenta battaglia del Sangro del 1943”. Più a sud in località le Morge si aprono belle spiagge di ghiaia e di sabbia.
Una spiaggia di sabbia finissima caratterizza anche il lido di Casalbordino, a ridosso del quale si trovano i ricchi boschi di San Savino e di Don Venanzio e i ruderi dell’Abbazia di S. Stefano in Rivomaris.
In pochi minuti si arriva a Vasto, l’antica Histonium. Dal suo suggestivo Belvedere delle Lame lo sguardo si apre sul bellissimo Golfo d’Oro. Il centro storico è ricco di monumenti che testimoniano un glorioso passato: la chiesa di Santa Maria Maggiore, la cattedrale di San Giuseppe, il vecchio Castello Caldoresco e il Palazzo d’Avalos. Di grande importanza è Punta Aderci, riserva regionale istituita nel 1998 a tutela del litorale roccioso.
San Salvo si sviluppa in parte sulla collina, dove sorge il cuore amministrativo, e in altra parte lungo la Marina, rinomata stazione balneare. Nella “Casa della Cultura” si possono ammirare reperti di epoca romana e medievale della città antica, ma il monumento principale del centro storico è la chiesa di San Giuseppe. La Marina offre una spiaggia a tratti ancora selvaggia, intorno alla quale si stanno sviluppando le attività alberghiere, della ristorazione e del tempo libero. Attraversando il Fiume Trigno che segna il confine con il Molise si giunge con una ventina di chilometri a Termoli dove è ancora possibile vedere due trabocchi funzionanti, superstiti di un gruppo di dieci presenti negli anni 50 del secolo scorso.


venerdì 26 luglio 2013

Utah on the road - Road movie dal Lago Powell a Bryce Canyon

 
Nel caso non venga visualizzata la clip:

Il Grand Staircase-Escalante National Monument è un territorio definito monumento nazionale degli Stati Uniti, gestito dal Bureau of Land Management, nello stato dello Utah, anziché dal National Park Service. Ha un'estensione 7600 kmq e racchiude un numero apparentemente illimitato di destinazioni, anche se ci sono poche strade che vi porteranno ad esse. E' racchiuso tra Bryce Canyon a ovest, Capital Reef e Glen Canyon National Recreation Area a est.

Ci sono solo due strade asfaltate che percorrono i limiti di questo territorio, la Highway 89 a sud e ovest e la Highway 12 a nord. Da nord a sud ci sono diverse strade sterrate che possono diventare impraticabili quando piove a causa del fango argilloso che si forma.

Fu esplorato da sacerdoti spagnoli in cerca di una percorso tra Santa Fe e le missioni della California. Questa zona del sud dello Utah rimane una delle regioni più scarsamente popolate in Occidente. Per molti anni non ha fatto parte del sistema dei parchi nazionali, ma le minacce di uno sviluppo sconsiderato per attività estrattive e l'uso commerciale ha portato l'amministrazione Clinton a costituirlo come monumento nazionale nel 1996.

martedì 16 luglio 2013

Utah on the road - Road movie in the Zion National Park

Zion National Park comprende alcuni dei canyon più spettacolari degli Stati Uniti. Il parco è caratterizzato da  profondi canyon di arenaria ,torri di roccia impressionanti ed è attraversato da un labirinto di sentieri selvaggi.
Il parco è una trattato di geologia. Zion è stato plasmato prevalentemente da processi geologici ma hanno svolto un ruolo importante anche il Virgin river e i suoi affluenti. Il clima arido e la vegetazione rada consentono l'esposizione di grandi distese di roccia nuda che ne rivelano la  storia geologica.
Seguire i percorsi dove antichi indigeni e pionieri camminavano; posare lo sguardo verso massicce rocce di arenaria color crema, rosa e rosso che si librano in un cielo blu brillante, vi incantano. Qui potete  godere di un'emozionante presente con avventure giornaliere che vi fanno scoprire la ricca storia del passato.
 
Nel caso non venga visualizzata la clip :
 



sabato 22 giugno 2013

Utah on the road - Bryce Canyon National Park


 
 
Nel caso non venga visualizzata la clip:


La prima visita al Bryce Canyon è molto avvincente. Quando vi trovate nella pineta sul vicino altopiano, non potete immaginare il panorama meraviglioso che vi aspetta al di la di quei pini. Infatti, a mano a mano che vi avvicinate al margine del canyon, vedrete sorgere dal suolo enormi anfiteatri di pinnacoli intricatamente scolpiti nella roccia. In un attimo, i colori vivaci del parco vi appariranno in tutto il loro splendore, particolarmente se arrivate al parco all'alba o al tramonto.

Durante la vostra prima visita, un tour con la macchina lungo i 60 chilometridi vista panoramica vi darà una visione generale della zona, e particolarmente dai punti di osservazione famosi del Bryce Canyon--Sunrise, Sunset, Raimbow, Yovimpa e Inspitration. Dopo il tour, parcheggiate e camminate a piedi su uno dei sentieri.

Lungo il margine del canyon e a valle vi sono numerosi sentieri per passeggiate e escursioni. Una passeggiata lungo uno dei numerosi sentieri nella "fornace" di guglie rosse e gialle che si stagliano contro il cielo vi darà l'impressione di essere su un altro pianeta. Le escursioni possono essere più o meno difficoltose, perciò cercate, prima di avviarvi, di informarvi presso il centro turistico sulle differenti possibilità. Come per la visita di tutti i parchi nazionali dello Utah, siate organizzati! Non andate mai senza una scorta di acqua, crema solare o scarpe adatte per camminare.

venerdì 31 maggio 2013

Arizona on the road - Upper Antelope Canyon

 
L’Antelope Canyon si trova a nelle vicinanze di Page nella Nazione Navajo. E’ il più visitato e fotografato slot canyon degli Stati Uniti sudoccidentali.
Si divide in upper canyon e lower canyon.Vi propongo le riprese fatte nell’upper canyon, uno dei luoghi più magici del mondo!
Buona visione!
 

venerdì 24 maggio 2013

Arizona on the road - Monument Valley

 

Nel caso non venga visualizzata la clip:
Monument Valley si trova a circa 1585 metri d'altezza a nord di Kayenta in Arizona lungo il percorso navajo. La valle giace nel confine tra l'Arizona e lo Utah.
La terra ha molto da raccontare. Sia che stiate ascoltando un geologo che ne spiega la storia o un anziano navajo che vi racconta un antico mito sulla creazione, una verità persiste: Monument Valley continuerà a ispirare le persone nei secoli a venire.
Tutti sono ammaliati dal carisma di Monument Valley sebbene ognuno per ragioni completamente differenti. "La bellezza è negli occhi di chi guarda"; certamente questa valle è un esempio perfetto di questo proverbio.





domenica 19 maggio 2013

Arizona on the road - Betatakin


 Betatakin: Navajo National Monument, Arizona.

Betatakin, parola Navajo che significa “Casa Sulla Roccia Sporgente”, fu scoperta dall'uomo bianco solo nel 1909, cinque mesi dopo fu costituito il Navajo National Monument.
Il complesso è piuttosto mimetizzato, incastonato in un’enorme nicchia di pietra arenaria, la stessa con la quale si costruirono le abitazioni.
La cavità misura 110 metri in larghezza, 136 metri in altezza e 46 in profondità. Alla sua base s’incontrano le formazioni di pietra arenaria Navajo e Kayenta. Nel punto di contatto si possono osservate molte sorgenti, poiché l’acqua che impregna la porosa pietra arenaria Navajo, quando raggiunge la più compatta Kayenta affiora lateralmente.Questo fenomeno permise agli antichi abitanti di Betatakin d’avere un eccellente e comoda fornitura d’acqua.
Anasazi, parola Navajo che significa “gli Antichi”, è il nome dato ai costruttori di Betatakin. Nessuno sa come essi si chiamassero, poiché non avevano una lingua scritta, ma il loro nome poteva forse significare “Il Popolo”, come usano molte altre tribù. Oggi i discendenti Anasazi sono conosciuti come Indiani Pueblo.
Betatakin fu costruita nel 13° secolo ed occupata per soli 33 anni. L’attività principale dei suoi abitanti era l’agricoltura: coltivavano mais, fagioli, zucche e forse cotone, usando vari metodi d’irrigazione come le dighe di sbarramento e l’inondazione periodica. Per integrare la loro alimentazione a base di prodotti agricoli, gli Anasazi cacciavano e raccoglievano frutti selvatici spontanei della terra, come i loro antenati avevano fatto nel passato. Cacciavano cervi, pecore di montagna e selvaggina più piccola come lepri, scoiattoli ed uccelli.Arco e frecce erano usati insieme a vari tipi di reti e trappole.
La raccolta dei semi era ben nota a questo popolo, poiché i loro avi l’avevano praticata per migliaia d’anni.
Raccoglievano semi. Una grande varietà di frutti e bacche era raccolta a scopo medicinale e cerimoniale, oltre che per il consumo alimentare.
Intorno al 13° secolo gli Anasazi avevano sviluppato un grande talento nella produzione di vasellame,
passando dagli esemplari del passato grigi e privi di decorazioni, ai meravigliosi disegni in nero su bianco, nero su rosso e policromi. Gli Anasazi avevano intrecciato canestri per migliaia d’anni prima di produrre vasellame. Si ha spesso l’impressione che l’arte dei canestri abbia subito un declino a seguito della popolarità acquisita dal vasellame di terracotta; tuttavia, almeno per tutto il 13° secolo, essi continuarono a produrre grandi quantità di finissimi cesti dagli intrecci e dalle forme più complesse.
La vita religiosa ruotava intorno al raggiungimento dell’equilibrio tra uomo e natura. Poiché la loro vita agricola era strettamente legata alla terra ed all’acqua, gran parte delle pratiche religiose aveva lo scopo d’assicurare l’acqua e – conseguentemente – cibo a sufficienza. Gli edifici cerimoniali, oggi conosciuti come kiva, erano costruiti con scopi religiosi. Due kiva sono rimasti a Betatakin, ma è probabile che ce ne fossero altri, poiché molte stanze sono state distrutte da una frana avvenuta in periodo imprecisato, tra 14° e 20° secolo. I petroglifici e le pittografie incise o dipinte sulle
pareti rocciose, sono le uniche forme che s’avvicinino ad una lingua scritta Anasazi. Potevano a volte essere poco più che semplici graffiti, ma sembra che frequentemente ritraessero esseri sovrannaturali o raccontassero storie. A causa dell’assenza di una lingua scritta non si sa molto degli Antichi Abitatori delle Rupi. Molte leggende sono state tramandate attraverso i secoli. Molte leggende sono state tramandate attraverso i secoli. I miti e le storie odierne di Hopi, Zuni ed altri Pueblo sono forse molto simili a quelle raccontate secoli fa dai loro antenati che abitavano queste rupi.
Ciò che oggi sappiamo è stato dedotto da reperti materiali portati alla luce da archeologi: manufatti, indumenti, cibi, sepolture ed abitazioni. Osservando questi reperti ci si rende conto che gli Anasazi erano un popolo pacifico d’agricoltori, il cui stile di vita dipendeva dai capricci della natura. Ciò che conosciamo e che probabilmente non conosceremo mai, sono gli aspetti intellettuali e spirituali
di questa gente.

sabato 14 aprile 2012

I racconti del nostro pianeta: Le oasi di montagna della Tunisia

Il paesaggio è assolutamente selvaggio e ostile, questo lo rende ancora più affascinante. Quando si giunge da questa parti, vicine ed economiche rispetto all’Italia, ci si sente  immersi in una atmosfera totalmente differente e, automaticamente, si “recita” volentieri la parte dei viaggiatori amanti dell'avventura. Sulla catena montuosa aspra e frastagliata del Jebel en-Nebeg vicino all’Algeria, ma sempre in territorio tunisino, ecco che spiccano le cosiddette “Oasi di Montagna” di Chebika, Tamerza e Midès con panorami mozzafiato sugli Chott e sul deserto circostante.
Questa clip è stata realizzata con un estratto dal mio documentario "Colori d'Africa"


mercoledì 26 ottobre 2011

Itinerari e luoghi e la mia cinepresa - Le falesie di Étretat (Normandia)

Nella clip che segue alcune scene tratte dal mio film "Normandia: il sogno appare"; fulcro di questo sogno l'incontro con le stupende falesie di Etretat, ritratte più volte in molte opere degli impressionisti di fine ottocento. Dalla spiaggia di ghiaia si vede la famosa "Porte d'Aval" e "l'Aiguille" la guglia dove Maurice Leblanc ha collocato il nascondiglio segreto del suo Arsenio Lupin. Due sentieri partono dalla spiaggia di ciottoli levigati della piccola cittadina di pescatori.
Uno sale sulle falesie d'Amont dove si trova la Cappella di Notre-Dame de la Garde, un monumento e un museo dedicati a Nungesser e Coli, i primi aviatori che l’8 maggio del 1927 tentarono di attraversare l’Oceano Atlantico del nord a bordo del loro aereo "White bird".
Ma il sentiero più battuto è quello che va verso ovest, nudo e senza costruzioni, in balia dei venti che non sono necessariamente violenti, caso piuttosto isolato per una scogliera. Il tragitto è un susseguirsi di emozioni, tra pendii a picco, archi naturali di una bellezza indicibile e guglie  che si ergono dal mare. Quando la roccia non si diverte a creare forme geometriche giocando col mare, lascia un muro verticale liscio e righettato come fosse una parete scolpita. Il  sentiero si rende spesso anche divertente osservando nell'attiguo campo da golf,  i giocatori che affrontano questo magnifico percorso che guarda sulle falesie e sull’oceano.
Scendendo alla base delle falesie si può percorrere l'itinerario a ritroso divertendosi ad esplorare le numerose grotte, ovviamente con cautela.
Il turismo in alta stagione è massiccio, ma si distribuisce bene lungo le scogliere e non dà particolare fastidio, vi posso assicurare che in certi tratti ci sarà solo la presenza dei gabbiani ad accompagnarvi.




mercoledì 19 ottobre 2011

Itinerari e luoghi e la mia cinepresa - La grotta di Nettuno a Capo Caccia (Sardegna)


Alto 168 m, Capo Caccia si innalza in una delle aree più interessanti della Sardegna dal punto di vista naturalistico: per la sua flora, per la sua fauna e perché ospita nel distretto sottomarino un gran numero di grotte sommerse di notevole interesse. Sotto lo sperone di Capo Caccia di fronte all'isola Foradada si trova la Grotta di Nettuno. La si raggiunge a piedi dalla sommità dello stesso promontorio scendendo lungo l'Escala del Cabirol (scala del capriolo), una scalinata panoramica di 656 gradini.
Il percorso all'interno della grotta è di circa 580 metri. La parte iniziale della grotta è occupata dal Lago Lamarmora, con acque particolarmente limpide.
Al centro del lago è presente una colonna stalagmitica alta un paio di metri, detta l'Acquasantiera perché sulla sommità sono presenti alcune vaschette in cui si raccoglie un pò di acqua dolce.
Tramite una breve discesa si arriva alla Sala delle Rovine, ornata di grandi stalattiti, per e poi si raggiungere la sala centrale, detta Sala della Reggia, da dove si vedono al centro grandi colonne calcitiche che si innalzano per 9 metri. Subito dopo la volta raggiunge i 56 metri di altezza, qui, grandi colate a canne d'organo e la colonna stalagmitica chiamata l'Albero di Natale, caratterizzano l'ambiente. Dalla Reggia si arriva in salita alla Sala Smith, così chiamata perchè un capitano inglese con questo nome  esplorò la grotta agli inizi del '800; al centro il cosiddetto Grande Organo, la colonna più grande della grotta (50 metri per 4 ed alta 49 metri)  . Lungo la parete opposta il soffitto diviene più basso e si entra nella Sala delle Trine e dei Merletti.
Si arriva infine alla cosiddetta Tribuna della Musica, una balconata da dove ci si può affacciare sulla Reggia e sul Lago Lamarmora.


Dal film "TRA GALLURA E LOGUDORO"

martedì 20 settembre 2011

Il Montaggio - 5

Lo spazio e il tempo filmici:
Il montaggio creativo è difficile da definirsi. Si può dire che consista nel servirsi delle riprese di un film, in modo di dare all'insieme un valore molto superiore a quello che avrebbe se fosse costituito semplicemente dai singoli quadri riuniti in un normale ordine logico.

Un film può essere composto di avvenimenti di tutti i giorni, di scene di lavoro in città, o contenere scene che rappresentano le grandi, vuote estensioni di campagna. Ciò nonostante, grazie al montaggio, queste immagini semplicissime possono venire impregnate di qualità espressive particolari, per esempio, sincerità, gioia, sforzo, ecc.

Non è possibile dare regole sul come fare per ottenere simili effetti, perchè essi risultano dalla associazione di molti processi creativi differenti. Si può, tuttavia affermare che se il cinema è divenuto un mezzo di espressione incomparabile, lo deve al montaggio. Il montaggio nel senso Iato del termine, si differenzia dal dialogo, dagli allestimenti scenici, dalla fotografia, dalla composizione musicale ecc. proprio perchè se questi sono mezzi d'espressione che possono tutti sussistere al di fuori del cinema, esso rimane un mezzo tipicamente ed esclusivamente cinematografico.

Fra gli elementi narrativi controllati dal montaggio, i più importanti sono il tempo e lo spazio filmico.
Nella vita reale il tempo scorre regolarmente. Non si può tornare indietro e neppure prevedere quello che verrà. In un film invece, tutto questo è facilmente realizzabile, per di più, il tempo reale può essere allungato o compresso a volontà.

Quanti film sono realizzati con le azioni parallele, le azioni ritornate, azioni accelerate e ritardate! Tutto ciò mantenendo l'illusione della realtà.
Cosa ancor più comoda, possiamo facilmente mettere la ripresa di un uomo realizzata ieri o l'anno passato, vicino ad una scena dello stesso uomo fatta oggi, senza che il pubblico se ne accorga.
In altre parole possiamo creare un nostro tempo. La stessa cosa succede con lo spazio. Nella vita reale se volete viaggiare da Milano a Boston, dovete percorrere la distanza che separa queste due città. In un film, si può fare lo stesso viaggio in una manciata di secondi.

Questo può sembrare, superficialmente, come chiudere una porta aperta. Supponete per esempio, di montare una sequenza immaginaria, che richiede la creazione dì un concetto tempo e spazio particolare. Supponete di aver visitato Boston l'anno scorso, con vostra moglie (marito), e di averla ripresa mentre passeggia per questa città. Prendete ora la vostra cinepresa e girate alcune scene nella vostra città (Roma, ad es.). Vi sarà possibile costruire una sequenza così: vostra moglie scende dalla metropolitana e si avvia verso la superficie; nella ripresa seguente passeggia per Quincy Market. Girando un angolo attraversa Piazza S. Pietro e subito dopo guarda l’Old State House. Potete riunire questa sequenza in modo che essa si svolga pienamente, dando al pubblico l'impressione che, in realtà, le riprese sono state fatte nell'ordine della loro presentazione, nello spazio e nel tempo corrispondente.

Il risultato non è molto interessante in se stesso, ma ha l'effetto di mettere in rilievo il completo controllo da parte del montatore del tempo e dello spazio, qualunque sia la sequenza sulla quale lavora. E, cosa più importante, ci suggerisce la possibilità di costruire una sequenza convincente partendo da riprese senza relazione fra loro, senza relazione, ben inteso, parlando del momento in cui sono state realizzate. In altre parole, possiamo far sì che il pubblico accetti per reale un avvenimento che non si è mai verificato. Entriamo, in sostanza, nel regno quanto mai artificioso del linguaggio cinematografico che, ripetiamo, non ha limiti.

Con questo post concludo l’argomento del montaggio, lascio a voi il compito di approfondirne gli aspetti, di sperimentare, di creare un vostro stile.

La clip che segue tratta dal mio film “Colori d’Africa” rappresenta l’attraversamento dello Chott el Djerid in Tunisia: man mano che si percorre la strada che collega Douz a Tozeur, la rara vegetazione arbustiva scompare, si entra in un paesaggio fantastico per 50 km fatto di nulla, poi ecco apparire nuovamente la vegetazione.



Lo Chott el-Djerid è un lago salato situato nel sud-ovest della Tunisia, in una depressione tra le oasi di Tozeur e di Nefta da un lato e tra Kebili e Douz ai confini del deserto del Sahara dall'altro, copre una superficie di circa 6.000 km², per una lunghezza di 250 km circa ed una larghezza di 20 km; è il più esteso lago salato della regione.
La sua superficie è composta da un agglomerato di cristalli di sale poggianti su un fondo sabbioso ed argilloso.
Nell'antichità veniva identificato con il leggendario lago Tritone. Plinio ed Erodoto lo hanno citato, assegnandogli una posizione geografica confusa.

sabato 10 settembre 2011

Il Montaggio - 4

Con il montaggio si cerca di creare una storia, questa storia deve innanzi tutto essere ambientata; l’inquadratura prettamente descrittiva che avvia una scena col compito di introdurne i caratteri ambientali, si chiama Piano d’ambientazione, esso permette allo spettatore di possedere tutte le informazioni necessarie ad una corretta comprensione di ciò che sta per essere narrato.
La rappresentazione che il montaggio dà dello spazio e del tempo è fortemente subordinata alle esigenze della narrazione e alla chiarezza della sua esposizione.
Un qualsiasi ambiente, definito come lo spazio diegetico, può essere scomposto da un insieme di inquadrature che ci danno di esso una serie di prospettive.
La rappresentazione di quest’ambiente con una successione di inquadrature scelte dal regista o dal filmmaker si definisce invece come spazio filmico.
Per cui mentre nello spazio diegetico l’intero è scomposto in parti dal montaggio, nello spazio filmico è il montaggio delle parti a comporre l’intero; questo gioco di frammentazione dello spazio viene chiamato decoupage. Il ruolo essenziale per dar vita ad uno scorrevole flusso di immagini da un’inquadratura a un’altra e quindi facilitare la proiezione dello spettatore nel mondo della finzione è dato dalla continuità  principio cardine del decoupage. Tutto questo lo si ottiene mediante il raccordo che può essere:
- Raccordo di sguardo: un’inquadratura mostra una persona che guarda qualcosa, quella successiva mostra questo qualcosa;
- Raccordo del movimento: un gesto iniziato dal personaggio nella prima inquadratura si conclude nella seconda;
- Raccordo in asse: due momenti successivi di un’azione sono mostrati in due inquadrature, la seconda delle quali è ripresa sullo stesso asse della prima, ma più vicina o lontana di questa in rapporto al soggetto agente;
- Raccordo sonoro: una battuta di dialogo, un rumore o una musica si sovrappone a due inquadrature legandole così tra loro.
Se il lavoro del montaggio viene eseguito tenendo sempre presente questi principi, ogni mutamento di inquadratura diventa sicuramente meno evidente.
Al raccordo si può abbinare la Transizione: il passaggio da un’immagine A ad un’immagine B determina per chi guarda un film “L’effetto montaggio”. Questo effetto viene chiamato “transizione” che può essere:
- Lo stacco, cioè il passaggio diretto e immediato da un piano a quello successivo;
- La dissolvenza (d’apertura, di chiusura, incrociata), l’immagine che appare progressivamente a partire dal nero dello schermo è la prima, l’immagine che scompare progressivamente fino a diventare nera è la seconda, l’immagine che scompare e quella che compare si sovrappongono per pochi instanti è la terza.
L’IRIS dove un foro circolare si apre o si chiude intorno a una parte dell’immagine, e la TENDINA dove la nuova immagine si sostituisce alla precedente facendola scorrere via dallo schermo, sono altre soluzioni non molto usate.
Quasi tutti i software di montaggio offrono svariate tipologie di transizioni; secondo il mio punto di vista è meglio utilizzare unicamente quelle indicate sopra rendono il filmato più naturale e professionale.



Nella clip seguente si potrà notare un riassunto visivo di ciò che ho scritto, c’è inoltre da dire che in fase di ripresa avvenuta in momenti temporali diversi, ho abbondato nella ripresa soggettiva rispetto a quella oggettiva:
Descrivere le immagini di una ripresa in modo soggettivo, è porre la videocamera al posto degli occhi. Ogni individuo vede con i propri occhi, quindi se il regista vuole mostrare la "personale" visione di un personaggio, deve far vedere con i suoi occhi.... e proprio ponendo la videocamera all'altezza degli occhi del nostro soggetto, possiamo realizzare il tutto.L'importante è far muovere la videocamera, nella stessa identica maniera in cui si muove il personaggio.... e soprattutto, dal sua reale punto di vista. La ripresa oggettiva, invece, è una ripresa neutrale, fatta in terza persona, è uno spettatore qualsiasi, ovvero proprio lo spettatore cinematografico, che vede la scena con i suoi occhi, quindi dal suo punto di vista. La maggior parte delle riprese vengono effettuate in questa maniera.



Dal film "L'oro del tempo"

Pedalando tra i fiumi e valli del Giura di Franconia si scoprono le tracce della storia dell’ Impero romano, il passato rinascimentale e barocco, i fossili delle primordiali barriere coralline.
Si segue perlopiù il corso del fiume Altmhül dove le piste ciclabili “risparmiano” chi non ha salite o chilometri nelle gambe.
E’ la zona del “Vallo Retico” dove lungo le tracce e i resti del “Limes” sfilano colonne di ciclisti e plotoni di escursionisti.
Le riprese sono state eseguite in occasione del 25° anniversario dall’istituzione del Parco naturale dell’ Altmhültal



lunedì 13 giugno 2011

Il viadotto elicoidale di Brusio

La ditta inglese General Water Power Limited ottenne nel 1899 la concessione per la costruzione della Ferrovia del Bernina, da St.Moritz a Tirano, collegando così la località mondana all’intera rete europea. I lavori furono completati nel 1910 ma solo negli anni ‘40, contemporaneamente alla Bellinzona-Mesocco, la Ferrovia del Bernina, il cui elemento architettonico più emblematico è il viadotto elicoidale di Brusio, entrò a far parte della “Viafier retica”,una delle più vaste reti ferroviarie a scartamento ridotto del mondo. Prima dell’inizio della Grande guerra le principali vallate erano state raggiunte dalla ferrovia. L’allacciamento della RhB alla Ferrovia Visp-Zermatt e alla Furka-Oberalp creò nel 1930 il Glacier-Express, collegamento turistico ininterrotto di 291 km.
Gli ingegneri coinvolti, fra cui Hans Studer, spesso poco conosciuti dal grande pubblico, eseguirono progetti che rispettavano il paesaggio e ne valorizzavano gli aspetti a fini turistici. Grazie a loro i Grigioni possono promuovere un territorio unico al mondo, caratterizzato da un paesaggio bellissimo all’interno del quale scorrono i famosi “trenini rossi” che lo rendono ancora più caratteristico. La RhB è un capolavoro della tecnica in perfetta armonia con l’ambiente, un pezzo di bravura dell’era pionieristica ferroviaria e un esempio di gestione del paesaggio di alta montagna. È diventata un monumento culturale vivente di indubbia qualità che giustifica ampiamente l’inserimento della “Ferrovia Retica” nel patrimonio mondiale dell’UNESCO. 
Nei miei precedenti post: "Gallery" e "Movimenti di macchina", altre scene riprese dal Bernina Express.


sabato 11 giugno 2011

Le grotte marine di Marettimo (Sicily)


Le Egadi sono l'area marina protetta più estesa d'Europa. Nelle acque di Marettimo, la più lontana delle Egadi, la più alta, la più montuosa, la più selvaggia, si trova la zona A di riserva integrale. Il periplo completo dell'isola regala forti emozioni: il panorama cambia di continuo e i riflessi dorati del sole danno risalto alle rocce e all'infinita gamma di colori del mare.

Dal Film "Orizzonti Egusei"

mercoledì 8 giugno 2011

Filmare la natura


Come ho già fatto il mese scorso, per stemperare l'aspetto didattico dei miei post e per deliziare i "viaggiatori e non" che seguono il mio blog, per qualche settimana posterò alcune clip. Inizio con alcune scene ricavate dal Film "Emozioni africane" del 2007 ( 60 min), di cui ho curato la postproduzione. Le riprese sono state effettuate da mio figlio e mia nuora.


Le cascate Vittoria


Canoing sullo Zambesi


Incontri ravvicinati

La savana

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